Voto

8

Nell’epoca della sovrabbondanza delle immagini, non è facile documentare con i mezzi dell’audiovisivo l’orrore della guerra. Tra i conflitti più difficili da rappresentare, c’è senz’altro quello siriano, che da quando è scoppiato nel 2011 ha dilaniato un intero Paese e strappato la vita a migliaia di bambini. Il genocidio dei Siriani è una responsabilità mondiale di cui si fatica a prendere consapevolezza, alternando repentine deflagrazioni di commozione a lunghi periodi di distrazione e indifferenza. Waad Al-Kateab (il cognome è fittizio per esigenze di autoprotezione), giornalista e regista siriana, non vuole impartire lezioni a nessuno né tantomeno scioccare l’opinione pubblica – perlomeno non è questo l’obiettivo primario delle sue azioni artistiche e intellettuali –, ma sottrarre lo spettatore dalla sua passività per consegnargli un monito universale, un sollecito a riconsiderare il valore dell’esistenza, la fragile e irripetibile bellezza dello stare al mondo. 

Racconto autobiografico di un’evoluzione personale forzatamente accelerata, Alla mia piccola Sama ricostruisce in forma diaristica la storia di una giovane studentessa universitaria che nel giro di cinque anni diviene moglie, madre e protagonista, insieme al marito medico, della Resistenza siriana. Il film non cela l’atrocità della carneficina che si compie ogni giorno in Siria, al contempo, però, insiste sulla reale vocazione di Waad: celebrare la vita, di cui la piccola Sama è incarnazione e allegoria. Solo nel gancio tra circostanza particolare e portata universale la prova documentaria diventa una vera e propria testimonianza storica, al di là dell’effimera urgenza di informare e di suscitare una reazione nell’immediato. 

Carolina Iacucci