Torna al cinema una più celebri opere di Alfred Hitchcock, in sala a partire da ieri sera: Gli uccelli (1963).

Era il 1963, a soli tre anni dal successo di Pshyco (1960), quando Alfred Hitchcock decise di trasporre sullo schermo l’omonimo racconto di Daphne Du Maurier, scrivendo una sceneggiatura alquanto distante dal racconto, ma basata sullo stesso soggetto: Melanie Daniels (Tippi Hadren) arriva a Bodega Bay, una cittadina nel nord della California, per consegnare a Mitch Brenner (Rod Taylor) due esemplari di Lovebirds come regalo per la sorella minore Cathy.

A differenza dei due film precedenti, come il già citato Pshyco e L’uomo che sapeva troppo (1956), dove gli animali compaiono impagliati, immobilizzati a rappresentare simbolicamente l’incombere di un pericolo imminente, ne Gli uccelli gli animali sono una promessa di pericolo prima e agenti attivi del dramma poi. Il legame tra gli animali e la riflessione sulla fragilità dei rapporti umani, sulla paura della perdita e dell’abbandono viene esplicitata dalla struttura narrativa: a ogni una scena che descrive l’interiorità turbata di un personaggio (Melanie abbandonata dalla madre quando era piccola, la maestra Annie lasciata da Mitch e la madre di quest’ultimo, vedova, teme di essere lasciata sola dal figlio) segue sempre un attacco da parte degli uccelli.

Un film che fatto epoca per la trasgressione di ogni regola stilistica e tecnica allora dominante nell’horror, andando ad approfondire la ricerca iniziata con Pshyco: scenografie dipinte a mano (si ipotizza che alcuni fossero schizzi dello stesso Hitchcock) e colonna sonora che amplifica suoni e rumori animaleschi per enfatizzare l’effetto terrorifico delle scene, rinunciando a un corredo musicale di tipo classico. Da Psycho Hitchcock riprende anche il ritmo accelerato del montaggio, applicato però a immagini molto più crude, come quelle che nel 1972 ritroveremo in Frenzy.

Filo conduttore del film è la tematica della visione: ritornano costantemente parole legate al campo semantico del “vedere”, ogni sequenza si conclude con una dissolvenza su un personaggio che guarda nel vuoto, verso l’esterno, gli uccelli osservano inquietantemente gli abitanti della città e, ancora, si scagliano sugli occhi del cadavere di un contadino. Rivoluzionario per l’epoca e la filmografia di Hitchcock, il finale de Gli uccelli si pose in controtendenza rispetto ai precedenti lavori del regista: non c’è punizione, né per i cattivi né per i buoni, e non c’è giudizio. Perché non c’è colpa né colpevole.

Quando il film uscì in sala la critica si scagliò contro Hitchcock, ma aveva invece ragione André Bazin: la statura di Hitchcock emerge dalla sua capacità di interiorizzare l’essenza del linguaggio cinematografico, fortemente convinto del potere dell’immagine.  

Mattia Migliarino