Voto

7.5

Ci sono poche storie più avvincenti – e tragiche – di quella di un artista tormentato che risorge dall’oscurità solo per essere schiacciato sotto il peso del successo. Altrettanto rari sono i designer così influenti da aver bisogno di un solo nome: Versace, Dior, Galliano, McQueen. Alexander McQueen è stato una personalità visionaria, capace di trascendere il mondo della moda per diventare un artista a tutti gli effetti, riconosciuto a livello internazionale. I suoi abiti oscillavano tra il magnifico e il grottesco, le sue collezioni erano chic e scioccanti allo stesso tempo e le sue passerelle avrebbero potuto essere performance artistiche. La sua mostra postuma del 2011 al Metropolitan Museum of Art, Savage Beauty, è stata l’ottava manifestazione più popolare nella storia del museo e la più visitata per il Met’s Costume Institute.

Diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, il documentario McQueen – Il genio della moda traccia l’ascesa dello stilista da ragazzo di campagna inglese a enfant terrible della moda, seguendo la sua vita privata e personale secondo un accurato ordine cronologico. Basandosi principalmente su filmati d’archivio, materiale privato e interviste di amici e familiari, il film rimane fermamente focalizzato sul protagonista, senza sorvolare ma nemmeno insistere pateticamente sul trauma infantile che ha innescato il suo lato più oscuro. Nato Lee Alexander McQueen, con i suoi primi lavori ha attirato l’attenzione dell’editor Isabella Blow, da molti considerata il demiurgo dietro la carriera di McQueen, che non solo l’ha scoperto, ma lo ha anche portato al successo; un legame complicato, il loro, perché, come afferma un collega e amico di McQueen: “Nessuno ha scoperto Alexander McQueen; Alexander McQueen si è scoperto”.

Scegliendo di appropriarsi del noto simbolo della maison McQueen, per declinarlo in cinque modalità diverse corrispondenti agli altrettanti capitoli del film, i due cineasti hanno trasformato il teschio in un’immagine cinematografica elegante e affascinante. Splendide sequenze di animazioni digitali accompagnate dai suoni della colonna sonora di Michael Nyman, piena di dramma, decostruiscono e rimodellato continuamente il teschio, che si fa rappresentazione dell’evoluzione estetica di McQueen e del suo stato mentale deteriorato: simbolo di oscura morbosità, di una sensibilità progettuale sempre tesa a sconvolgere con la sensualità e la violenza e a mettere in discussione ciò che l’industria della moda considerava “sacro” e “bello”.

McQueen si è tolto la vita nel 2010, tre anni dopo che Blow si era suicidata e alla vigilia del funerale della madre, mentre stava combattendo contro la tossicodipendenza e una grave depressione. McQueen – Il genio della moda funziona sia come spettacolare memoriale visivo del lavoro dello stilista, sia come doloroso resoconto della sua vita incompleta, che traspare sempre sottotraccia. Un equilibrio raro da raggiungere nel sottogenere del fashion-doc: saper suscitare l’interesse di un pubblico di nicchia, ma arrivare anche al grande pubblico.

Anna Bertoli