Voto

5

Se la musica ha ormai penetrato a 360° le nostre vite, avere inventiva è diventata una delle componenti fondamentali per distinguersi all’interno dell’offerta che quotidianamente viene proposta dalle infinite possibilità del web. Miami Memory, in questo senso, può arrogarsi il vanto di risultare riconoscibile per un orecchio desideroso di qualcosa di leggermente più ricercato.

Con il suo terzo lavoro in studio, Alex Cameron cerca parzialmente di uscire dal mondo grottesco da lui stesso creato, popolato da storie tossiche e mostri; e lo fa, ma non centra in pieno l’obiettivo: perde l’equilibrio tra suoni e liriche, lasciando che queste ultime siano il nucleo focale della sua produzione. Indiretta protagonista dell’album, la compagna dell’autore australiano dà voce alle immagini femminili che popolano l’album, contestualizzate nell’ottica maschilista della nostra società.

Se l’intrusione di riflessioni romantiche e passionali va ad arricchire la consueta scrittura sardonica dell’autore, l’uso di synth e batteria in veste AOR/Rock FM – memore degli amati Springsteen e Billy Joel – risulta eccessivamente statico, dando l’impressione che Cameron si accontenti senza mai osare. Far From Born Again (potenziale hit radiofonica) e la chiusura di Too Far, sono i brani che maggiormente si impongono tra le dieci tracce. Alla fine dell’ascolto, ciò che resta è l’amaro in bocca per un’occasione, in parte, sprecata.

Gabriel Carlevale