Alborosie, all’anagrafe Alberto d’Ascola, è uno degli artisti più innovativi e dinamici che abbia mai messo piede a Kingston negli ultimi 15 anni. Un bel traguardo, se si considera che la sua carriera nel mondo del reggae è partita negli anni ‘90 con i Reggae National Ticket, italianissima band dalla provincia di Bergamo.

Il 20 maggio è uscito per Vp Records il suo ottavo disco in studio (contando anche i tre spin off dub Dub Clash, Dub the System e Dub of Thrones): Freedom & Fyah. Riproponendo quindi per l’ottava volta le tematiche religiose e culturali rastafariane di cui Puppa Albo è seguace, l’artista italiano e naturalizzato in Jamaica sforna un lavoro pulito che non delude le aspettative dei suoi fan, già caldi dopo l’uscita dei due singoli: Poser e Rocky Road.

Come nei lavori precedenti, ogni traccia è un salto tra i vari stili del reggae: dal drum&bass di Fly 420, alle diverse declinazioni dancehall di Everything e di Judgement, fino al reggae romantico e più sentimentale di Life to Me. Tra le numerose collaborazioni segnaliamo le due più riuscite: quella con Protoje (altro talento affermato della scena new roots caraibica) in Strolling e quella con Roots Radics & Pupa Avril in Everything. Degna di nota è anche la singolare traccia iniziale The Prophecy, pezzo recitato in patois (la lingua-dialetto rasta adotttata in tutte le liriche dell’album) dal Reverendo Rohan Treleven durante – si dice – il battesimo della figlia di Alborosie stesso.

Insomma, Puppa Albo rimane fedele a se stesso e dà alle stampe un album con pochissimi punti deboli, che di sicuro non deluderà le aspettative dei fan. Certo, il reggae non è una musica per tutti: molti pensano che senza l’aiuto del thc sia difficile apprezzarla davvero e non annoiarsi; d’altronde, come recita una barzelletta a riguardo: “Che cosa dice un rasta quando ha finito l’erba?”, “Ehi, che cazzo è sta musica di merda?”. 

Andrea Mauri