Il 25 gennaio del 1947 ci lasciava il più grande gangster di tutti i tempi: Alphonse Gabriel Capone, per gli amici solo Al o, in codice malavitoso, “Scarface”, per i poliziotti il “nemico pubblico n.1”. A distanza di pochi anni dal suo soggiorno ad Alcatraz, Al morì a causa di un ictus che lo colse mentre si trovava nella sua tenuta di Miami.

Personaggio dall’aura sublime, affascinante e terribile, forte e violento, intelligente e cùpido, Al Capone, ancora prima di morire, aveva superato da tempo la propria statura di uomo per entrare nell’Olimpo dell’immaginario collettivo. Ma come si diventa un’icona? Per Capone è andata più o meno così: da una parte ha influito il suo personaggio, ovvero lo stereotipo di boss mafioso, dall’altra è stato proprio Al Capone in carne e ossa a suggerire svariate trasposizioni di sé sul piccolo e grande schermo per più di cinquant’anni.

Per fare qualche esempio celebre: il gigante dell’epoca d’oro di Hollywood, Howard Hawks, ha diretto nel 1932 Scarface, ispirandosi proprio alle vicende di Al Capone; film ripreso cinquant’anni dopo da Brian De Palma, che nel 1982 immerge il novello Al Capone (ribattezzato Tony Montana) nella Miami della cocaina, delle ville di lusso e delle tigri in giardino. Non può mancare all’appello Il Padrino (1972) di Francis Ford Coppola, il cui protagonista si ispira al boss italoamericano per l’atteggiamento autoritario e spietato. Ma si pensi anche al filone del cinema noir e hard-boiled degli anni ’30 e ’40, quando Capone era ancora una celebrità a tutti gli effetti. Esistono inoltre alcune riletture nazionalpopolari tutte nostrane del personaggio, come Due mafiosi contro Al Capone (1966) di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, o il più recente La leggenda di Al, John e Jack (2002) di Massimo Venier.

Per quanto riguarda invece le rivisitazioni vere e proprie di Al Capone, vi sono diversi esempi illustri: oltre al biopic realizzato nel 1959 da Richard Wilson, Al Capone, come non ricordare il “Sei solo chiacchere e distintivo!” di Robert De Niro nei panni di Al Capone ne Gli Intoccabili (Brian De Palma, USA, 1987). Passando al piccolo schermo, si pensi alla serie tv Boardwalk Empire, dove un giovane Capone si fa strada nella Chicago della guerra tra famiglie. Infine il recentissimo progetto di Tom Hardy, che a breve inizierà le riprese di Fonzo, il nuovo film di Josh Trank sugli ultimi anni di vita del boss di Chicago.

Capone piace perché è uno di quei badass a cui la cinepresa è sempre stata affezionata. Un personaggio tormentato, fatto di luci e soprattutto di ombre, un antieroe votato al male che continua ad andare di moda, anche negli ultimi anni (Dexter, Walter White di Breaking Bad, personaggi de Il Trono di Spade). Per la sua forza evocativa Capone è diventato il baluardo di un’intera epoca, quella del proibizionismo e degli speakeasy, dove venivano serviti alcolici di contrabbando e il jazz infiammava l’atmosfera; insomma, il simbolo dei Roaring Twenties. Come un Jesse James per il Far West o uno Spartaco per l’Antica Roma, Al Capone incarna uno di quei personaggi borderline che attraverso le sue gesta regala il vivido dipinto di un’epoca, un controcanto alla storia tradizionale.

“Puoi ottenere molto con un sorriso, molto di più con un sorriso e una pistola” (Brian De Palma, Gli Intoccabili, 1987).

Elia Altoni