Voto

7

Stephen King afferma che nessun finale sarà mai bello come le prime righe di un racconto. Nessuna “Fine” eguaglierà mai le magiche parole “C’era una volta”. Ed è un po’ con questo spirito che Alberto Rondalli si accosta a uno dei romanzi più enigmatici e affascinanti di sempre, adattando per il grande schermo il Manoscritto ritrovato a Saragozza di Jan Potocky.

Rondalli racconta dieci bizzarre e irripetibili giornate della vita del giovane capitano Alfonso van Worden(Nahuel Pérez Biscayart) che, sulla strada per Napoli, smarrisce la retta via e si imbatte in un’avventura e poi in un’altra e in un’altra ancora. Agadah è un raffinato incrociarsi di racconti, incastrati l’uno nell’altro come scatole cinesi: mentre Potocky la scrive si assiste allo svolgersi dell’avventura di Alfonso, al cui interno si muove una miriade di personaggi, ciascuno con una storia da raccontare, e dentro ognuna di esse capita che qualcuno si metta a raccontare una storia, e così via… Un gioco intellettuale che la scrittura cristallina di Rondalli non rende mai stucchevole, passando senza imbarazzi dal racconto fantastico a quello erotico, dalla farsa all’apologo morale. Il risultato è merito anche di una regia che si tiene a distanza, lasciando spazio agli interpreti e, soprattutto, permettendo al racconto di respirare e snodarsi con morbidi carrelli e panoramiche: un flusso ipnotico di storie, volti e parole reso ancora più scorrevole dall’uso della dissolvenza, che introduce dolcemente lo spettatore al nuovo racconto.

Alla fine ci si guarda indietro spiazzati, domandandosi se ciò che avveniva sullo schermo era realtà o sogno, se era davvero la storia del conte Potocky o se anche lui non fosse, in realtà, soltanto un altro personaggio del racconto. Ma poco importa, perché la vita, sembra dire Rondalli, è più ricca quando al posto dei mulini a vento si immaginano giganti e dietro ogni angolo si intravede un’avventura.

Francesco Cirica

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