Voto

6

A distanza di 25 anni da Little Odessa, con cui James Grey vinse un Leone D’argento e una Coppa Volpi per Vanessa Redgrave alla Mostra, il regista americano torna alla Mostra Internazionale D’arte Cinematografica di Venezia con Ad Astra, film di fantascienza prodotto e interpretato da Brad Pitt. Ambientato nella vastità dell’Universo, il film racconta una storia intima incentrata sulla figura del maggiore Roy McBride, astronauta che viaggia fino agli estremi confini del sistema solare per ritrovare il padre scomparso e silenziare una minaccia per l’intera umanità.

Roy McBride (Brad Pitt) è un astronauta affidabile e razionale, che persino nelle situazioni critiche sembra non superare mai gli 80 battiti al minuto. È come una macchina perfetta. Figlio di Clifford McBride (Tommy Lee Jones), un pioniere dei viaggi nello spazio che una ventina di anni prima era scomparso con il suo equipaggio alle soglie del pianeta Nettuno, Roy ha sempre creduto che il padre fosse morto, ma forse non è così. Potrebbe esserci lui dietro alle scariche di energia che stanno creando blackout e distruzioni sulla Terra. È questo che credono i superiori di Roy quando gli chiedono di provare a mettersi in contatto con il padre. Roy accetta, ed è così che inizia il suo lungo viaggio. James Grey parte da premesse notevoli, che spaziano da Cuore di tenebra di Jopseh Conrad a Melville, fino ad Arthur C. Clarke, autore del libro omonimo e della sceneggiatura del film 2001: Odissea nello spazio. Il viaggio spaziale, fatto delle immagini spettacolari create a Hoyte van Hoytema – che negli ultimi anni ha lavorato con Nolan per Interstellar (2014) e Dunkirk (2017) – vorrebbe essere una fuga dalla realtà, ma alla fine insegna che non è possibile (e chissà se potrà mai esserlo) fuggire da se stessi e dai propri demoni.

Dietro ai milioni di dollari di budget (all’incirca 100) utilizzati per ricreare uno spazio sempre più civilizzato, realistico e attrattivo, dove ci sono terroristi clandestini inseguono il protagonista sul suolo lunare, clamorose esplosioni senza gravità e navi spaziali all’ultimo grido, la storia si prosciuga attorno a una padre e a un figlio, reiterando uno dei temi più antichi ed esplorati di sempre ed accantonando le solite elucubrazioni che solitamente si consumano intorno ai segreti dell’Universo. Ad Astra è come una terapia intensiva e angosciata lunga quanto la distanza che separa il pianeta Terra da Nettuno, perché è un film che pone al centro dello spazio il singolo uomo e il suo dilemma: lasciare andare il proprio padre per non farsi più schiacciare dalla sua figura ingombrante.

Ma se al personaggio di Brad Pitt occorre attraversare l’intero sistema solare per ricongiungersi alla figura paterna e portare a compimento il suo arco narrativo ed emotivo, lo spettatore invece rimane sospeso nel dubbio che il film non sia poi così riuscito. La narrazione volutamente pacata nella prima parte si appesantisce infatti nella seconda, che abbandona le magnificenze dell’impianto da blockbuster per abbracciare un esistenzialismo già fin troppo battuto. Brad Pitt si prende tutto lo schermo, tutto lo Spazio, tanto da oscurare tutti i personaggi secondari, privi di qualsiasi spessore. Donald Sutherland, Liv Tyler e Tommy Lee Jones hanno a disposizione pochi, pochissimi momenti in un film della durata di 124 minuti. A non convincere poi ci sono gli spiegoni infiniti, una storia mal sviluppata e concettualmente approssimativa e segnata dalla stessa freddezza con cui il personaggio procede nella storia, senza arriva mai a toccare lo spettatore.

Se eravamo già nello spazio con George Clooney (Gravity, 2013) e poi con Matthew McConaugehy (Interstellar), in seguito siamo stati su Marte con Matt Damon (Martian, 2015) e poi sulla Luna con Ryan Glosing (First Man, 2018), era prevedibile aspettarsi un Brad Pitt sul pianeta più lontano del Sistema Solare. Le stelle che vanno sulle stelle: c’è già troppo di già visto e raccontato.

Anna Pennella