Voto

5

Dopo il suo trasformismo a Sanremo, Achille Lauro torna con il suo sesto album in studio: Lauro però è tutto quello che, purtroppo, ci si aspettava dal cantante romano. Tredici brani eclettici, alternati a intermezzi di parlato che sviscerano il significato dei testi, rivelando un Achille Lauro introspettivo e stanco del giudizio altrui. Il disco è diviso in due blocchi che differiscono sostanzialmente per suono e tematiche. Il primo è legato all’introspezione, valorizzato da un songwriting molto vicino al cantautorato italiano, mentre il secondo presenta sonorità più vicine al rock internazionale, proprio come in 1969. Tuttavia, i passaggi tra un brano e l’altro risultano bruschi, e quella che poteva essere un’occasione per creare un progetto innovativo si rivela un calderone di sonorità pop, rock e funk, goffo e poco coerente.

Si passa da brani come Solo Noi, una ballad che rimanda senza nasconderlo troppo al Vasco Rossi degli anni ’90, a Marilù, storia di una ragazza che vuole dimostrare chi è ma che per farlo deve lottare contro le aspettative imposte dalla famiglia e dalla società. Il tutto è condito da una poetica disillusa e decadente, tipica di Lauro, ma che in questo caso si rivela forzata e priva di un contenuto che faccia da colonna portante. Lauro è un disco che vorrebbe essere il testamento artistico di Achille Lauro e che rivela le sue contraddizioni interne, alternando religione (Ad Un Passo Da Dio) e profanità (Pavone). Le contraddizioni ci sono, quello che manca è un’idea concreta che si faccia spazio tra la confusione creata dalle tante direzioni intraprese. E per realizzare questo non basta dare il proprio nome a un album.

Giulia Tonci Russo