Voto

7

Sei mesi fa Achille Lauro si presentava sul palco dell’Ariston omaggiando David Bowie, San Francesco d’Assisi e proponendo il rock edulcorato di Me Ne Frego che chiudeva il ciclo aperto con 1969, il suo quinto disco lanciato dal successo di Rolls Royce. Per 1990, il suo terzo album in tre anni, Lauro porta il suo decadentismo a misurarsi con i classici eurodance che hanno fatto la storia: riferimenti letterari a Shakespeare, iconografia sacra e borgate si bagnano della dance commerciale che si ascoltava sul tagadà.

Quella che è una piccola rivoluzione per l’artista romano (è il primo lavoro uscito dopo la separazione artistica da Boss Doms) segue un copione che viaggia di pura intuizione ma non arricchisce una narrazione che, invece di progredire seguendo il processo temporale suggerito dai titoli degli album, si accontenta di riproporre le tematiche di Ragazzi Madre e Pour l’Amour  in tutt’altra chiave ma in schemi, questi sì, originali. Così nello stesso album troviamo Ghali e Annalisa, Capo Plaza e Alexia: “i generi musicali sono gabbiette per topi”, ipse dixit.

Incrociandosi con Playahitty, Scatman John e Massimo Pericolo, 1990 è un altro tassello ben posizionato nella carriera di Achille Lauro: destinato a farsi ascoltare parecchio, sfiorire ma capace di lasciarsi comunque guardare, proprio come la dance anni ‘90.

Matteo Squillace