Voto

Voto 0. Non fraintendete: Abacuc non è una schifezza, alle schifezze si dà voto 1 o 2, lo zero non viene mai neanche preso in considerazione. Abacuc si merita, letteralmente, 0 per la sua assoluta e lodevole inclassificabilità.

Senza perderci in voli pindarici circa i significati esistenziali reconditi che il regista Luca Ferri voleva trasmettere, Abacuc sceglie di giocare con il mezzo cinematografico fino a destrutturarlo riducendolo all’osso. Si arriva a chiedersi se quello che si sta guardando possa essere definito “film”. Ma proprio qui sta una delle più forti provocazioni della pellicola: il rifiuto di ogni categorizzazione.

Nella sua non linearità, nella sua follia delirante, che aspira a quella dei film di Carmelo Bene senza però raggiungerla appieno, Abacuc decreta solennemente la fine. La fine dell’arte, destinata ormai all’autoreferenzialità, e della società, ridotta all’ultimo baluardo di un’umanità implosa a causa dell’incapacità di un confronto dialettico. L’unica presenza vivente è, infatti, il protagonista Abacuc (Dario Bacis) – memore dei personaggi di Cinico Tv di Ciprì e Maresco –, un uomo di circa duecento chili completamente solo, a cui non rimane altro che comunicare con voci artificiali ripetitive e vagare in un cimitero cantando melodie nonsense.

In questo sperimentalismo, amplificato dall’utilizzo del Super8, non manca l’abilità negli aspetti tecnici, soprattutto nel montaggio e nel sonoro: strepitosi. Abacuc è un – ultimo? – grido di aiuto al cinema delle origini per riuscire a trasmettere allo spettatore lo stesso shock rivoluzionario de L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei Lumière (1895) o di Viaggio nella Luna di Méliès (1902).

Benedetta Pini

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