Voto

8

Insinuarsi nella psicologia di un adolescente è un’operazione che può risultare estremamente difficile anche per chi è psicologo di professione. Trasporre questa tematica sul grande schermo è un compito forse ancor più difficile: non tutti sono Gus Van Sant, che ha fatto della pedagogia il nucleo dei propri film.

A testa alta di Emmanuelle Bercot, film d’apertura dello scorso Festival di Cannes, è un dinamico racconto di formazione che copre l’arco di una decina d’anni della vita di Malony, un ragazzo difficile abbandonato dalla madre e continuamente sballottato tra riformatori e tutori. La Bercot ci offre l’odissea di questo ragazzo, piena delle contraddizioni tipiche dell’età: il carattere violento, il rifiuto verso qualunque tipo di istituzione e l’insensata tendenza a non cogliere le mani che gli vengono tese in aiuto.

Il positivismo e l’ottimismo di fondo – che ritroviamo nelle figure del giudice e del tutore Yann – accompagnano Malony durante tutta la durata della pellicola, e ci fanno davvero pensare a una riabilitazione al termine di un tortuoso percorso in cui il ragazzo è il primo a non voler aiutare se stesso. Malony, oltre a imparare a capirsi, imparerà anche ad accettarsi: un climax di consapevolezza, psichica e mentale, personale e collettiva, in cui il meglio della natura umana emerge tra difficoltà e incomprensioni.

Una regia asciutta, che riesce a non sfociare mai nella banalità della retorica o del moralismo. Un’essenzialità che non compromette il pathos trasmesso dagli attori. Anche la fotografia concorre alla buona riuscita della pellicola nell’evidenziare il contrasto tra il paesaggio di campagna, luogo  ameno e bucolico in cui il ragazzo svolgerà il suo periodo di “riabilitazione”, e il carattere del ragazzo: la dissonanza tra i due elementi crea un’affascinante alchimia che fa da cornice al film, toccante e coraggioso.

Andrea Passoni

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