Voto

5.5

“A Ciambra” è la denominazione dialettale di una piccola comunità rom nella periferia di Gioia Tauro: i bambini fumano prima ancora di imparare a leggere, i ragazzi rubano auto invece di andare a scuola e gli adulti sopravvivono grazie a furti ed effrazioni domestiche. Qui vive il tredicenne Pio, membro di una numerosa famiglia in combutta con la mafia locale.

La vita di Pio è ripresa da Jonas Carpignano con approccio documentario: sebbene il soggetto del film sia finzionale, luoghi e personaggi sono tratti dalla realtà calabrese. Il giovane regista – al suo secondo lungometraggio dopo Mediterranea (2015) – posiziona la macchina da presa alle spalle di Pio, pedinandolo insistentemente attraverso lunghe peregrinazioni notturne e imprese criminali. I primissimi piani del ragazzo e le frequenti semi-soggettive, tuttavia, non riescono a suscitare l’empatia necessaria per affezionarsi a Pio, troppo dissimile da un piccolo sciuscià dei giorni nostri. Nonostante le memorie che le scelte registiche paiono voler evocare – da De Sica all’Antoine Doinel di Truffaut –, il ragazzo e la sua famiglia restano troppo distanti dallo spettatore, costantemente respinto dall’apparente inaccessibilità della comunità rom.

Interessante, nonostante l’ambientazione calabrese della vicenda, la scelta di orientare l’attenzione sulla microcriminalità instillata dalle comunità rom e africana (conviventi a Gioia Tauro), sorvolando quasi del tutto sul ruolo di coordinamento e controllo operato dalla mafia, ormai troppo spesso oggetto di trasposizioni televisive e cinematografiche.

Giorgia Maestri