A Chiara rappresenta la summa della filmografia finora realizzata da Jonas Carpignano, che con i suoi tre lungometraggi ha raccontato un contesto complesso, quello di Gioia Tauro, analizzandone le comunità e le dinamiche sociali. All’interno del paese, infatti, convivono realtà diversi spesso in opposizione tra loro, ma strettamente interconnesse da rapporti di potere e malaffare. Non bisogna però immaginarsi un universo come quello di Gomorra, che dal film di Matteo Garrone si è espanso popolando con i suoi antieroi l’immaginario collettivo italiano e non: Carpignano mette a fuoco coloro che subiscono la criminalità, marginalizzando quei personaggi di potere che sono spesso i protagonisti del cinema di genere più puro. In Mediterranea (2015), infatti, veniva messa in scena l’odissea dei migranti, concentrandosi in particolare sulle condizioni di sfruttamento nel settore agricolo, adottando uno spirito estremamente simpatetico e partecipato che si pone in antitesi rispetto a un film come Fuocoammare (2016), che faceva del distacco la propria cifra stilistica.

Due anni dopo, A Ciambra (2017) consacra il talento del regista a livello nazionale, attraverso una pura quanto realistica descrizione della vita quotidiana della comunità rom della Gioia Tauro, mostrando gli scontri con i migranti e la malavita locale. Rispetto a quest’ultima, in A Chiara Carpignano abbraccia uno stile più affine al realismo magico, restituendo la visione di una bambina troppo piccola per capire ciò che gli accade, ma segnata dalle esperienze in un quartiere difficile. Ricalcando il modello del coming of age per raccontare il percorso di una giovane donna sempre più consapevole della propria indipendenza e delle dinamiche della propria famiglia. Ma a differenziare A Chiara dagli stilemi del genere è il contesto, caratterizzato da una natura criminale in cui le regole da seguire non possono essere né infrante né cambiate. Questa presa di coscienza comporta per Chiara non solo il crollo delle certezze, ma anche la fine dell’infanzia. E lo stesso avviene nella percezione dello spettatore, grazie anche all’umanizzazione delle famiglie criminali, che permette di analizzare dettagliatamente questo contesto sociale senza la spocchia dell’estraneo, mostrandolo per come è e non per come dovrebbe essere.

Le scene oniriche, preponderanti in A Ciambra, qui vengono ridotte al minimo ma ne risulta amplificato l’impatto visivo: trasformandosi in incubi, conferiscono al film un’atmosfera cupa e opprimente, in contrasto con lo stile del resto del film, che guarda ancora a una ricerca estetica della bella immagine a ogni costo tipica del cinema indipendente. Sono la manifestazione dell’inconscio della protagonista, che dentro di sé ha già compreso la verità sulla sua famiglia ma, ancora imbrigliata nella percezione dell’infanzia, non vuole proprio crederci. Il film mira proprio alla progressiva decostruzione di questa quotidianità di facciata, ponendo Chiara di fronte a una scelta ben precisa: accettare il proprio contesto (e quindi adottare uno stile di vita considerato sbagliato dalla società e legato al mondo dell’infanzia), oppure lottare contro i fantasmi del passato e guardare oltre Gioia Tauro.

Per quanto i canoni del racconto di formazione rendano prevedibili gli sviluppi della vicenda, A Chiara mette in luce la versatilità di Jonas Carpignano, che dimostra di sapere utilizzare, anche all’interno della stessa opera, registri filmici agli antipodi: film di mafia, coming of age, horror e sperimentazione, posizionandosi nel giusto mezzo tra il racconto fantastico di A Ciambra e quello politico in Mediterannea.

Davide Rui