Voto

7.5

America, fine anni Sessanta. Un prete affetto da demenza senile (Jeff Bridges), una ragazza nera che aspira a sfondare come cantante (Cynthia Erivo), una hippie a dir poco scontrosa (Dakota Johnson), una ragazzina spaesata (Cailee Spaeny), un simil Charles Manson (Chris Hemsworth), un reduce del Vietnam sull’orlo della psicosi (Lewis Pullman) e un venditore cialtrone (Jon Hamm). Come in una partita a Cluedo, tutti e 7 si ritrovano per puro caso all’El Royale, ed è lì che avviene tutto. Evidenti i riferimenti a Tarantino e ai suoi stessi modelli di genere, che Drew Goddard riprende non solo nelle ambientazioni, ma anche nelle dinamiche, nel ritmo, nell’estetica e nel gusto pulp.

Posizionato sul confine tra Nevata e California, l’hotel – non-luogo per definizione – assume fin dalle prime inquadrature la connotazione di limbo sospeso tra le due anime degli Stati Uniti: vizi e illegalità da una parte, sole e libertà dall’altra. Un confine poroso che non solo separa e unisce geograficamente, ma anche temporalmente: sono quelli gli anni in cui si sta verificando il passaggio epocale dalla fine del sogno americano all’inizio degli orrori degli anni Settanta. Un discorso che ricalca quello che scorreva sottotraccia a Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson.

Come i personaggi passano continuamente da un lato all’altro di quella linea rossa che segna il confine tra i due stati, allo stesso modo le due anime dell’America non erano – e non sono – poi così impermeabili l’una all’altra e gli anni Sessanta non erano poi così idilliaci, perché portavano già quei semi distruttivi e perversi che germoglieranno negli anni appena successivi. Ma a Goddard non interessa tenere una lezione di Storia: i suoi riferimenti sono solo allusi ed eretti a uno statuto simbolico, lasciando che lo spettatore si diverta a cogliere gli indizi disseminati nel film mentre si gode una colonna sonora esperta, che pesca da una parte e dall’altra di quel simbolico 1969.

Tra continui ribaltamenti del punto di vista, giochi di specchi, inganni, illusioni ottiche, sorprese, imprevisti, colpi di scena, il film rimbalza tra passato e presente, realtà e rappresentazione, verità e menzogne, apparenze ed essenze, in un turbinio di suspense travolgente e caleidoscopico. Un ritmo serratissimo in cui tutto è incastrato al millimetro e che trova piena coerenza con la sostanza del film, sempre tenuta sotto controllo da Goddard: se anche un passato innocente idilliaco non è mai davvero esistito, forse era comunque meglio di ciò che è venuto dopo.

Benedetta Pini

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