Voto

6

Girare un film sociale è sempre una sfida estremamente pericolosa. L’intento di stimolare una riflessione corre sempre il rischio di scadere in una povera quanto facile morale e di trasformare gli interpreti in figure ipocrite. Ma 7 minuti risulta essere un film equilibrato sotto questi aspetti.

Un tavolo e undici attrici regalano alla pellicola la naturalezza necessaria allo spettatore per entrare nell’intimità dei personaggi e nelle loro storie difficili e variegate. Questa scelta stilistica ha permesso, infatti, di costruire una narrazione che si limita a documentare la condizione e i ricatti che molti operai sono costretti a subire. Il cast è molto eterogeneo: nella pellicola compaiono attrici non professioniste come Fiorella Mannoia (Ornella) e Maria Nazionale (Angela), accanto alle brillanti prove di Ottavia Piccolo e Ambra Angiolini (Greta). Una nota di merito tocca sicuramente a quest’ultima che, avviatasi alla carriera con Non è la Rai, è diventata pian piano una vera attrice, regalando un’interpretazione degna di nota nei panni di un’arrabbiata e determinata Greta.

Al termine dei novanta minuti gli spunti di discussione sono molti, soprattutto per quanto riguarda l’ennesima parentesi sul mondo del lavoro femminile, che, nonostante provi a essere il più attuale possibile, non gode di una propria identità e originalità. Al contrario, film come La parola ai giurati (1957) era riuscito a distinguersi per le modalità con cui veniva affrontato il tema. Così Michele Placido, regista e co-sceneggiatore, finisce per rappresentare con banalità tutte le figure sociali possibili, dalla tossicodipendente alla ragazza maltrattata dal marito ubriaco, rendendo la scrittura dei personaggi stereotipata – ma forse è la stessa società essere diventata tale.

Fabrizio La Sorsa