Uno dei nostri ritrovi preferiti da tre anni a questa parte è la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, giunta alla 53ª edizione e diventata ormai un rendez-vous irrinunciabile. Dal 17 al 24 giugno ci siamo ricordati quanto fosse bello andare al cinema abbronzati e in shorts per immergersi nell’offerta cinematografica pesarese, che ogni anno continua a proporre qualità e sperimentazione, rendendosi una voce fuori da un coro ricco di facile pressappochismo e timore di rischiare.

Il programma settimanale non ha deluso, e siamo usciti pienamente soddisfatti dalle proiezioni, ma anche da approfondimenti e tavole rotonde tenuti da interpreti, studiosi e addetti ai lavori capaci di trasmettere una passione tale da far dimenticare il faticoso caldo estivo. Merito anche del coraggio di chi rende possibile questa iniziativa, un festival capace di rivolgersi a una platea ampia ed eterogenea e spesso non del settore, confermando una regola ormai dimenticata: le scelte del pubblico sono figlie delle proposte, e solo quando si propone qualità lo spettatore risponde in modo convincente; perché qualità genera altra qualità.

Al contrario memore di questa regola, la Mostra ha presentato una selezione votata alla qualità e dal respiro prettamente internazionale, capace di far viaggiare lo spettatore attraverso culture, esperienze e sensazioni provenienti da tutto il mondo. Punta di diamante della sezione nonché vincitore del Concorso Pesaro Nuovo cinema è The First Shot (Yan Cheng e Federico Francioni, Italia/Cina, 2017), un documentario girato da una coppia di giovanissimi cineasti “tuttofare” (entrambi firmano sceneggiatura, fotografia e musica); ed è stata probabilmente questa condizione solo apparentemente amatoriale a permettergli di girare piuttosto liberamente in un Paese come la Cina senza dover scendere a compromessi con i controlli dovuti alla censura. La pellicola racconta l’angoscia esistenziale della generazione successiva alla Protesta di piazza Tienanmen (1989), privata del proprio passato e di un’identità da un governo repressivo nei confronti dei diritti umani e della libertà d’espressione, che ha cancellato ogni traccia dell’accaduto e ha reso l’argomento un tabù insormontabile attraverso il controllo totale su ogni contenuto pubblicato in rete e trasmesso dai mass media.

Degno di nota anche il film in concorso Drôles d’Oiseaux (Strange Birds, Elise Girard, Francia, 2016), racconto di una storia d’amore anticonvenzionale (non ha niente a che vedere con le solite liaison parigine e i loro cliché) fra due personaggi altrettanto stravaganti. Tra uccelli che precipitano dal cielo, oscuri segreti e altre assurdità, la regia dipinge la vicenda con delicatezza e un pizzico di magia, immergendola in un’atmosfera surreale e senza tempo. Una simile attitudine è riscontrabile in Belle Dormant (Ado Arrietta, Francia, 2016), film proiettato all’interno della sezione Eventi Speciali. Trasposizione in chiave moderna della favola de La Bella Addormentata, il lungometraggio intreccia progressivamente il mondo reale a quello fiabesco, modificando di conseguenza la regia, che si fa sempre più fumosa e rarefatta e dolcemente porta lo spettatore a credere alle fate.

Uno dei temi principali di questa edizione è stato il ruolo dell’attore nel cinema italiano contemporaneo. A partire dagli studi confluiti nel testo L’attore nel cinema italiano contemporaneo a cura di Pedro Armocida e Andrea Minuz, l’argomento è stato oggetto di una tavola rotonda che ha visto, tra gli atri, la presenza di Jasmine Trinca, ospite a Pesaro per chiudere la Mostra presentando Fortunata, l’ultima fatica di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini. L’incontro ha fatto emergere opinioni varie, spesso molto differenti tra loro: chi giudica l’attore come una marionetta che perde sempre più fascino nelle mani delle case di produzione, chi discute sulle scelte registiche nell’ingaggio di un interprete, chi riflette sull’esistenza o meno di una dimensione sempre più divistica degli attori al fine di accattivare il pubblico e l’incasso della domenica. Tutti i relatori erano però concordi su un punto fondamentale: la critica odierna dedica davvero pochissimo spazio agli attori e alle loro performance, se non poche righe al termine di una recensione. Si crea così una forte sproporzione tra gli studi dedicati a registi, stili e generi e quelli che si focalizzano invece sulla componente attoriale. Quanto conta oggi, nel panorama nazionale, l’attore per la buona riuscita di un film? Esistono anche in Italia quei personaggi-icone che riempiono le sale?

Alla luce della difficoltà nel fornire risposte definitive, un problema riscontrabile con evidenza consiste nella zoppicante applicazione del reference system, che tende a penalizzare esordienti e opere prime nel trovare fondi e produzioni. Inoltre l’attore italiano, nonostante non godi del divismo a stelle e strisce, influenza notevolmente la scelta del pubblico: attori come Toni Servillo, Valeria Golino, Pierfrancesco Favino e altri interpreti eccellenti sono proprio gli antidivi moderni necessari non solo al cinema italiano, ma anche alla nascita di una nuova classe attoriale, che rischia di perdersi in una società non ancora pronta per vedere il mestiere dell’attore come un vero lavoro e di smarrirsi tra i pochi buoni maestri e le tante scuole improvvisate.

Fabrizio La Sorsa e Benedetta Pini