L’ondata di caldo che ha pervaso la penisola ha schivato il luglio pesarese, che grazie alla 52a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema ha trovato una ventata d’aria fresca capace di infrangere l’afa estiva con il potente medium cinematografico. Giunto alla cinquantaduesima edizione, il festival si conferma un degno protagonista nel mondo cinematografico italiano: con dinamismo, puntualità e avanguardia racconta la vera essenza delle immagini, dei suoi interpreti e dei nuovi temi cruciali di confronto, proponendo a un pubblico ampio prodotti di qualità. Dal 2 al 9 luglio la platea, messa nelle giuste condizioni di scelta, non si è accontentata delle proposte mediocri spesso propinate da un’industria cinematografica bisognosa, ma ha preferito puntare verso qualcosa di più elevato per potersi innalzare a propria volta: oltre a lungometraggi e cortometraggi, il festival offriva tavole rotonde alla presenza di critici, giornalisti, professori universitari, attori e registi, ma anche lezioni di storia cinematografica.

cane caro

Una novità dell’edizione di quest’anno è stata la sezione “SATELLITE – Visioni per il cinema futuro” nella sua prima edizione “Nemico interno”. Un fluido e variegato insieme di film sperimentali, di ricerca, esemplari, documentaristici, ruvidi, imperfetti, visionari, provocatori, che giocano col cinema tirando la corda per capire quando e dove si spezzerà. Particolarmente interessante il corto Cane Caro di Luca Ferri – autore che avevamo giù incontrato per Abacuc (Italia, 2014) –, che ha molto divertito la sala con a sua ironia tagliente.

Altra idea di quest’anno è stata la sezione “Videoteppismi: storie e forme del video di lotta” tenuta da Federico Rossin presso la sala Pasolini del Teatro Sperimentale. Nel corso di tre pomeriggi, il critico ha raccontato le storie di chi ha cercato di intervenire nel mondo a livello politico-sociale adottando il linguaggio e le forme offerte dal cinema. L’analisi di Rossin è partita dalla situazione di sfruttamento ed emarginazione dei lavoratori immigrati italiani nel video inchiesta della lezione #1 Libertà è partecipazione: Lottando la vita. Lavoratori italiani a Berlino (Videobase, Italia, 1975), è poi passata a una riflessione esilarante sulla stupidità e il potere mediatico della televisione da un’ottica femminista militante con la lezione #2 Una risata li seppellirà: Maso et miso vont en bateau (Les Muses s’amusent, Francia, 1976), ed è infine terminata con un video-saggio potente e debordante sui disordini avvenuti a Zurigo nell’estate del 1980 per la lezione #3 Zone temporaneamente autonome: Züri Brännt (Videoladen Zürich, Svizzera, 1980).

les ogres

Come l’anno scorso, i riflettori della Mostra si accendono sui giovani e gli studenti, che insieme al presidente Roberto Andò compongono la giuria del Concorso Pesaro Nuovo Cinema – Premio Lino Micciché. Il vincitore di questa edizione è stato il film francese di Les Ogres di Léa Fehner. Caoticamente affascinante, la pellicola coinvolge lo spettatore, che intimamente si rispecchia in quel disordine ambientale e in quella confusione emotiva che regnano nel microcosmo rappresentato. La regista riesce nel difficile compito di dirigere una vera e propria compagnia di teatranti lasciandone intatta la naturalezza e rendendo ogni personaggio autentico e umano. Grazie a un grande attenzione per l’espressività degli occhi, vero specchio dell’anima, la Fehner riesce a salvare l’identità di chi vive recitando copioni e indossando maschere diverse di giorno in giorno. A impreziosire la pellicola si inserisce una colonna sonora funzionale, capace di accompagnare le immagini senza soffocarle.

La malinconia non ha confini, nessun luogo ne è immune, è ovunque: nelle note musicali, nei cappelli di canapa e nei granelli di sabbia californiani. Jim Akin in un film autobiografico a tinte USA, The Ocean of Helena Lee (USA, 2016), racconta come la mestizia umana non sia solo innata ma possa anche derivare da eventi tanto tragici da responsabilizzare una ragazzina di Los Angeles. Nel tentativo di non affogare nella propria solitudine, Helena trova rifugio nella spiaggia, il suo luogo sicuro e teatro di profonde riflessioni esistenziali.

In the Last Days of the City

Film nel film, In the Last Days of the City (Akher Ayam el Madina) di Tamer El Said (Egitto/Germania/Regno Unito/Emirati Arabi Uniti, 2016) racconta con uno stile spontaneo e documentaristico gli ultimi giorni del Cairo tramite lo sguardo dei tre protagonisti, uniti in gioventù ma ora sparsi tra le distrutte Baghdad e Beirut e la rassicurante Berlino. Tutti e tre cineasti, le loro diverse personalità si riflettono nel modificarsi della regia man mano che la macchina da presa passa da uno all’altro. Usando materiale girato tra il 2008 e il 2010, El Said ha ora uno sguardo più ampio sul proprio Paese e, soprattutto, su quello spirito di Piazza Tharir ripetutamente tradito.

Carrellate e panoramiche lentissime, inquadrature statiche costruite su più livelli, montaggio quasi completamente assente e una vivace dialettica campo-fuoricampo rappresentano la Cina dimenticata dei paesi rurali, con tutto il suo affascinante corollario di tradizioni millenarie. La trama principale di Kaili Blues (Lu Bian Ye Can) (Bi Gan, Cina, 2015) è una quête romanzesca, che progressivamente si dissolve in una dimensione onirica priva di linearità cronologica, rappresentata con un lungo piano sequenza, e si apre a riflessioni sul tempo e sul modo di intenderlo in Oriente.

Sulla scia della Palma d’oro Dheepan – Una nuova vita (Jacques Audiard, Francia, 2015), Per un figlio di Suranga Deshapriya Katugampala (Italia 2016) rappresenta con intensità rispettosa il difficile rapporto triangolare tra una madre, il figlio e l’Italia, il Paese che li ha accolti senza abbracciarli. Lasciando parlare le immagini, questo silente scontro generazionale raggiunge momenti di grande tensione e di profonda commozione.

Rain the color of blue with a little bit of red

Sembra invece avere una marcia in meno rispetto ai suoi concorrenti Rain the color of blue with a little bit of red (Akounak Tedalat Taha Tazoughai, Niger, 2016) di Christopher Kirkley, che porta lo spettatore dritto nel deserto con in una scrittura grossolana nel trattare le vicissitudini di due giovani chitarristi rivali. Se gli attori non aiutano gli spettatori a negarsi la pennichella delle quindici del pomeriggio, la descrizione sociale della realtà subsahariana è apprezzabile e cancella lo stereotipo di una collettività africana ferma al tempo della pietra.

Where I grow old (A cidade onde envelheço, Brasile/Portogallo, 2016) entra nel cuore di chi ha lasciato il proprio paese d’origine, le proprie abitudini e quell’odore familiare che sa di casa: Marília Rocha racconta con maestria la solitudine nostalgica e l’entusiasmo della novità, sentimenti contrastanti che vanno a braccetto negli animi delle due protagoniste, cittadine in terra straniera. La rappresentazione precisa e colorata della cultura brasiliana riempie il cuore di emozioni antitetiche, ulteriormente stimolate da una fotografia concreta. Where I grow old si posiziona così tra i prodotti migliori di questa edizione.

Menzione speciale oltre a Per un figlio, David di Jan Tešitel (Repubblica Ceca, 2015) può vantare una produzione di altissima qualità nonostante il budget limitato. Specchio dell’intimità del protagonista, un ragazzo affetto da disturbo mentale, il film indaga le difficoltà di David con il mondo vero, fuori dal soffocante e accusatorio ma pur sempre protettivo ambiente domestico. Se in famiglia si sentiva incompreso, l’idea che scappando potrà finalmente essere libero non è che un’illusione: la dura realtà non accetta scusanti, essere handicappato non gli farà avere un pasto gratis, né una carezza in più.

bagni

Una delle rassegne più interessanti è stata quella dedicata ai corti italiani di animazione, che ha accolto film diversissimi tra loro per background degli autori, temi affrontati e tecniche di realizzazione. “Corti in Mostra” ha così confermato la qualità di un mondo spesso ignorato dal grande pubblico, un mondo ricco e variegato, affetto da una sensibilità filosofica capace di regalare grandi emozioni ma anche riflessioni importanti sulla propria individualità, dimenticata e persa all’interno di una collettività speso alienante. Tra i lavori visionati, spicca il cortometraggio Bagni di Laura Lucchetti (2016), che ha ammaliato il pubblico con la sua poetica e la sua cura estetica. Menzione speciale a Virgilio Villoresi, un vero e proprio genio del settore, autore di campagne pubblicitarie, video promozionali e musicali, nonché creatore della sigla del festival. Il suo forte stile si esprime con lavori completamente artigianali che non arrivano mai alla post produzione e vedono come protagonista principale l’uso delle mani in un gioco di oggetti acuto e giocoso.

queen kong

Durante questa settimana, una parola riecheggiava nelle strade, in spiaggia, nelle gelaterie e nei parchetti comunali: porno. E più passavano i giorni, più la curiosità aumentava per la proiezione speciale di Queen Kong, pellicola firmata da Monica Stambrini. Ma guai a chiamarlo “porno”, piuttosto “opera d’arte”, come ha suggerito l’attore protagonista Luca Lionello. Il prodotto, interessante e di qualità, ha aperto discussioni sulla storia del porno nell’arte e sul ruolo dell’hard nella nostra società durante la tavola rotonda “Porno al femminile”, alla quale ha preso parte il cast del film, tra cui la nota attrice pornografica Valentina Nappi, insieme ai critici Cristiana Paternò, Ilaria Ravarino e Sergio Germani e alla sex worker Jana Daniela (comparsa de La pazza gioia).

Come ogni competizione che si rispetti, anche a Pesaro c’è stato il Dopofestival: al termine delle proiezioni, l’appuntamento si spostava all’interno dello splendido cortile di Palazzo Gradari, ammaliante punto d’incontro tra musica e cinema. Tra gli artisti intervenuti, ricordiamo il Bowin’Up 50 Ensemble, che in occasione del 50° anniversario dell’uscita di Blow Up di Antonioni ripropone in concerto la colonna sonora integrale di Herbie Hancock, accompagnandosi con immagini found footage del film. Altrettanto interessanti il duo Mario Mariani e Alessandro Bosco che hanno musicato il cinema delle Avanguardie (Lot in Sodom, James Sibley Watson e Melville Webber, USA 1933; The fall of the house of Usher, James Sibley Watson e Melville Webber, USA 1928; The Furies, Slavko Vorkapi, USA 1934), e i simpatici Camillas, che hanno sonorizzato alcuni film di Buster Keaton e di Roscoe “Fatty” Arbuckle.

Fabrizio La Sorsa e Benedetta Pini