Voto

6.5

Come appare Napoli quando o’mare e o’sole sembrano solo un vecchio ricordo? La città si trasforma nei bassifondi noir di Igort e del suo 5 è il numero perfetto, film ispirato alla sua graphic novel omonima del 2002. La storia è quella di Peppino, un sicario della Camorra che ha tramandato il mestiere al figlio Nino. Il quieto vivere nelle incoerenze della malavita giunge al punto di rottura quando Nino viene assassinato e Peppino reagisce violentemente, ingaggiando una guerra contro la Famiglia e dando il via a un ciclo di tradimenti, morti e rinascite. Si tratta di una trasposizione fedelissima della graphic novel: vengono riprese le battute dei personaggi, i dettagli visivi cruciali e la struttura narrativa frammentata in 5 capitoli aperti da 5 diverse “tavole” animate.

L’iper drammatizzazione, l’autoreferenzialità, i riferimenti visivi all’estetica hardboiled, la ripresa dello stile dei mostri sacri del fumetto come Sin City, Dick Tracy o The Spirit sono tutti elementi diversi che insieme partecipano alla costruzione di un’estetica pulp, contaminata però dalla malinconia e dal senso della religione tipicamente partenopeo. Ispirata al fumetto è anche la regia, oscillante tra ampie inquadrature descrittive e piccoli dettagli: tazzine di caffè, statue della Madonna, fumetti, pistole, il numero 5, il corsivo minuscolo, gli angoli di Napoli. Se da un lato questa fedeltà contribuisce a rafforzare l’aura pulp del film, dall’altro è il motivo della debolezza di alcune sequenze, che perdono di efficacia e trasmettono un senso di ripetitività.

Il naso posticcio e l’interpretazione di Toni Servillo si dissolvono omogeneamente nello scenario, un palcoscenico che mostra caricature ma non stereotipi e dipinge in modo verosimile gli anni ’70 e la Camorra. Quella di Servillo è però l’unica interpretazione degna di nota: Valeria Golino e Carlo Buccirosso non riescono a integrarsi nella narrazione, mancando di sostanza e limitandosi a reggere le battute di Peppino, perdendo quasi totalmente la loro dimensione narrativa. Un’estetica pulp all’italiana che Igort non riesce a perseguire efficacemente fino in fondo, mentre raggiunge la giusta mediazione tra ironia e dramma per parlare di un mondo crudo e ancora paradossalmente vivo, proprio come quello della Camorra.

Pietro Bonanomi