Wildlife, Paul Dano | Torino36

Il brillante esordio alla regia di Paul Dano è un coming-of-age costruito magistralmente in tutte le sue forme, con un retrogusto americano denso e una patina malinconica à la Sundance. Un divenire del sé che attraversa le vite di un nucleo familiare, tutte e tre individualmente alla ricerca della propria identità; quella che si raggiunge attraverso la sofferenza agrodolce della perdita e della consapevolezza, dipinta con una sceneggiatura ferrea sui volti di un tormentato Jake Gyllenhaal e di un’istrionica Carey Mulligan.

The Guilty, Gustav Möller | Torino36

Un thriller poliziesco interamente ambientato in una stazione di polizia e interpretato quasi esclusivamente da un solo attore. Come Locke di Steven Knght con tom Hardy, The Guilty dimostra una scrittura di ferro, puntuale e coinvolgente, che senza mostrare nulla instilla nello spettatore esattamente quelle immagini e quelle scene evocate dalle parole dei personaggi. Non succede niente sullo schermo: c’è solo Jakob Cedergren che parla al telefono, suda, si agita, si commuove, si incazza, grida, torna pacato, modulando il tono della voce per essere persuasivo, aggressivo, comprensivo o coercitivo a seconda dell’interlocutore. È nella mente dello spettatore che succede tutto, con uno spessore materico e una consistenza palpabile che sembra di aver davvero visto tutto sullo schermo.

Juliet, Naked, Jesse Peretz | Torino36

Una commedia romantica con tutto ciò che serve per renderla efficace, piacevole, divertente e spensierata, mai banale né monotona. Si ride, di gusto e pure tanto, con qualche battuta davvero brillante e sagace che spicca rispetto alle altre. Riusciti soprattutto i personaggi, che sono caratterizzati a tutto tondo come raramente succede in tante commedie leggere contemporanee: una coppia ormai intristita dalla monotonia dei tanti anni passati insieme senza ormai alcuna scintilla; lui fan sfegatato e inetto di una rock star che si rivela essere non poi così coolJuliet, Naked prende in giro i suoi personaggi e se stesso, giocando sempre sul filo dell’autoironia sferzante che vieta di prendersi troppo sul serio. Peccato per un finale romantico appiccicoso e sbiadito.

All These Small Moments, Melissa B. Miller | Torino36

Quello che si definisce teen movie di formazione è un genere che ormai da anni popola stancamente i palinsesti televisivi e le piattaforme streaming, nel costante tentativo di riproporsi in chiave originale. All These Small Moments è l’ennesimo esempio non riuscito, che fa annegare l’innata dolcezza del suo tocco registico femminile in situazioni stereotipate, in volti e ruoli predefiniti e in riflessioni già sentite veicolate da una obsoleta voce narrante in prima persona. Il film è come il piacevole canovaccio di una qualsiasi pellicola del genere.

Ride, Valerio Mastandrea | Torino36

L’esordio registico di Valerio Mastandrea è coerente con il film che tutti si aspettavano di veder confezionato da una delle figure di punta del panorama cinematografico italiano contemporaneo: il racconto di un dramma con il gusto agrodolce, leggero e privo superficialità di un certo cinema italiano di cui l’attore domina gli schermi da anni con quel suo cipiglio malinconico e personale. Il film regge, ma non si sbilancia mai verso una cifra stilistica definita, ricadendo anche nella scelta telefonata della canzone autoriale italiana démodé come colonna sonora. La visione d’insieme rende a tratti l’opera un’occasione un po’ sprecata, ma allo stesso tempo un possibile punto di partenza per una graduale presa di coscienza della propria poetica.

OIKOS (Pity), Babis Makridis | Torino36

Esordio alla regia di Babis Makridis, già co-sceneggiatore di Yorgos Lanthimos, Pity è la più brillante evoluzione possibile della Weird Greek Wave, che da qualche anno sembrava aver acquisito una dimensione sterile, ripetitiva e autocompiaciuta. C’è tutto: un perverso processo psicanalitico su un personaggio criptico inserito in una dinamica familiare rarefatta e irrisolta, una hanekiana violenza trasparente che si rivela sul finire con un impeto mostruoso, scelte registiche e inquadrature geometriche e studiate. Il film traccia così la parabola ascendente della corrente cinematografica di un paese che timidamente acquisisce sempre più sicurezza della propria identità culturale contemporanea.

Bulli e Pupe, Steve Della Casa e Chiara Ronchini | Festa Mobile

Attraverso materiali d’archivio e testimonianze radiofoniche originali da syndrome de l’âge d’or, Steve Della Casa e Chiara Roncini ricostruiscono, come descritto nel sottotitolo del film, una “storia sentimentale degli anni ‘50” con uno sguardo suggestivo e interno, delicato e carico di emotività. Volti e pensieri raccontano in prima persona un Paese in pieno cambiamento politico, sociale e anche culturale, non fermandosi al mero documentario storicizzato ma percorrendo molteplici percorsi e nuclei tematici. Il risultato è una visione mosaicale di una delle decadi più dense della nostra storia moderna.

Can you ever forgive me?, Marielle Heller | Festa Mobile

La storia di Lee Israel (Melissa McCarthy), scrittrice in fallimento che si riscatta economicamente falsificando lettere di vecchie stelle del cinema, è la solita lezione di stile americana sul biopic, che conta su caratteristi brillanti e ritmi narrativi incalzanti. Con interni newyorkesi, musica jazz e richiami alleniani a tratti decontestualizzati, Marielle Heller mette a segno un film piacevole, senza tuttavia distinguersi nella tradizione didascalica del film biografico.

Temporada (Long way home), André Novais Oliveira | Torino36

Nello stato di Minas Gerais, Brasile, è in corso una drammatica endemia di dengue e di altre malattie parassitarie come la leishmaniosi. Juliana, da poco arrivata in città, viene finalmente assunta dal comune dopo anni di lista d’attesa ormai privi di speranza con il compito di prevenire i possibili focolai di epidemia. Film vitale e antispettacolare, Temporada mostra lo sporco, il grasso, l’unto, il sudore e il brutto, parti fondanti di una temporalità sospesa tra un passato che si infiltra da telefonate e racconti, un futuro la cui realizzazione prende sempre più le distanze dalle aspettative e un presente vissuto di sfuggita, come se fosse solo un passaggio e che lentamente si consolida, imponendosi infine come dimensione privilegiata dell’esistenza. Una presa di coscienza essenziale e salvifica, che riesce ad arginare per 113 minuti la frenesia della società contemporanea.

Il gusto della libertà – Cinema e ’68, Giovanna Ventura | Festa Mobile

Innumerevoli reperti figurativi d’archivio ricreano la situazione culturale e politica cinematografica del 1968, con tutte le sue peculiarità. Era allora che i controversi esponenti della Nouvelle Vague facevano sospendere il festival di Cannes con accorate e romantiche proteste di strada davanti a un’incredula giudice di nome Monica Vitti; un evento il cui eco risuonava forte e chiaro alla mostra d’Arte Cinematografica di Venezia lo stesso anno. Senza particolari pretese formali né registiche, il documentario va a fondo nel provare a rendere, a cinquant’anni esatti di distanza e in un’ epoca di agnosticismo ideologico, l’infuocato spirito critico e culturale di quell’anno con un’efficacia fuori dal comune.

I nomi del signor Sulcic, Elisabetta Sgarbi | Festa Mobile

Una storia di ricognizione di sé e di riscoperta della propria identità quando sembrerebbe ormai troppo tardi: questo è l’intento dell’operazione registica di Elisabetta Sgarbi, già autrice di altri documentari. La volontà di raccontare questa vicenda intimista e delicata finisce per annegare in quella che potrebbe essere interpretata come inesperienza, evidente nei buchi di sceneggiatura e nelle interpretazioni, che rendono il film disomogeneo e poco efficace.

Sex Story, Cristina Comencini e Roberto Moroni | Festa Mobile

Con immagini televisive di repertorio, Sex Story è un percorso attraverso l’evoluzione dell’icona femminile all’interno della tv italiana: controversie, confronti e registrazioni d’archivio di programmi storici, femministe anni ’70 e attrici pornografiche. Al centro il discorso della censura, dell’emancipazione e delle forme con cui estetizzare questo tipo di concetto, problematizzando su questioni tuttora di difficile dipanamento ideologico.

High Life, Claire Denis | AfterHours

Una Juliette Binoche con i capelli infinitamente lunghi è la disturbante dottoressa di una navicella spaziale persa nel sistema solare, all’interno della quale si racchiude l’esistenza umana in piena autodistruzione fisica e psicologica sottoforma di una manciata di individui evacuati dalla società. Un film conturbante che, attraverso una narrazione solida e coinvolgente, taglia trasversalmente tematiche forti, tenendo l’emozione dello spettatore costantemente aderente al sentimento umano messo in scena.

In fabric, Peter Strickland | AfterHours

Seducente nell’estetica e maldestramente grottesco nella costruzione narrativa. Protagonista del film un vestito rosso maledetto, che prima fa impazzire e poi uccide chiunque lo indossi. A venderlo una boutique di lusso gestita da commesse vampiresche dal lessico borioso, capitanate da un perverso pseudo Conte Dracula con il feticcio per i manichini. Un canovaccio in bilico sul confine sottilissimo del kitsch, che precipita malamente e scivola verso uno sviluppo grossolano e ridicolo. 

Les Grands Squelettes, Philippe Ramos | Onde

Frammenti di vita quotidiana rappresentati attraverso fermo immagini che fissano nella mente istanti, attimi suggestivi e riflessioni personali in sovrimpressione. La torbida, sensuale e introspettiva scrittura cinematografica francese trionfa in questo turbine di volti, flash e istanti alienanti, immortalati con un punto di vista rotante. In chiosa Denis Lavant, con una riflessione sull’amore degna dei migliori finali agrodolci.

Blue Amber, Jie Zhou | Onde

Dopo aver perso improvvisamente il marito in un tragico incidente stradale compensato con un indegno risarcimento economico, Lotus sprofonda in un baratro di ossessione paranoica. Quanto vale la vita? E quanto la morte? E a chi spetta stabilirlo? Incapace di accettare la perdita, calcola e ricalcola il corrispettivo in denaro di ogni giorno vissuto dal marito e non si dà pace. Algido come la migliore tradizione cinematografica cinese e ferocemente dignitoso, Blue Amber è una spietata disamina sociale e culturale dell’elaborazione del lutto e della stratificazione temporale della sofferenza, immortalata da una macchina da presa distaccata ma inevitabilmente complice del dramma viscerale e alienante di Lotus.

Dulcinea, Luca Ferri | Onde

Milano, anni ’90. In un appartamento disumanizzato memore delle location della Weird Greek Wave, dai colori desaturati e invaso da una luce bianca diffusa e omologante, un uomo di mezza età pulisce ossessivamente mentre una ragazza giovane si spoglia e riveste, legge, fuma una sigaretta e si spoglia di nuovo. Nessun contatto fisico, nessuna comunicazione, nessuno scambio. Solo la propria egocentrica e individualistica visione del mondo che arbitrariamente filtra, deformaa e plasma l’Altro, l’esterno. L’alienazione, il rifiuto di accettare la realtà e la sua percezione immediata: questa l’essenza del Don Chisciotte, punto di partenza del film dichiarato da Luca Ferri nel titolo stesso; quella Dulcinea che il cavaliere errante della Mancia ha arbitrariamente idealizzato trasformandola da prostituta a elegante principessa.

Carlotta Magistris e Benedetta Pini

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