La morte di George Floyd è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’ennesima manifestazione di un razzismo sistemico, istituzionalizzato e ancora pericolosamente radicato negli Stati Uniti; ma è sbagliato pensare che non riguardi anche noi, l’Italia e l’Europa. È arrivato il momento di dare spazio alle voci della comunità nera, silenziate e marginalizzate da secoli, dando il nostro contributo dall’interno o da alleati, facendoci cassa di risonanza di una lotta che non appartiene a tutti ma riguarda tutti.

Con la playlist Spotify For those who still can’t breathe abbiamo voluto dare il nostro sostegno al movimento #BlackLivesMatter, amplificando le urla di protesta che in questi giorni stanno riempendo le piazze di tutto il mondo e che da sempre sono passate attraverso la musica. Ma anche il cinema ha saputo farsi strumento di riflessione e denuncia, offrendo punti di vista sfaccettati sul fenomeno del razzismo, sulle sue diverse forme e sulle dinamiche discriminatorie e violente che innesca.

Perché prima di scendere in piazza, agire e donare, è fondamentale studiare, condividere sapere e divulgare informazioni per acquisire un grado di consapevolezza tale da saper mettere le cose in prospettiva e individuare con chiarezza gli obiettivi per cui lottare. Una solida preparazione culturale che passa anche attraverso il cinema e la musica. Qui abbiamo selezionato 25 spunti da cui iniziare a studiare.

Black Panthers, Agnès Varda, 1968

Ritratto in 31 minuti di una comunità nell’apice del suo splendore, Black Panthers è un documentario con cui Agnès Varda cattura voce ed esperienze dei fondatori del movimento omonimo, tra cui Huey P. Newton. Girato in Oakland, California, nel pieno delle contestazioni giovanili, la macchina da presa di Varda restituisce valore storico ai volti che sono scesi nelle strade in sostegno delle minoranze, nel nome di ideali per cui è importante continuare a lottare.

La paura mangia l’anima, Rainer Werner Fassbinder, 1974

Storia d’amore e di opposizione, La paura mangia l’anima disponibile su CHILI – racconta la cecità di una società nei confronti di un amore non meno cieco, ma puro. La stigmatizzazione razziale è mostrata da Fassbinder attraverso la descrizione delle dinamiche familiari e lavorative della protagonista Emmi, vittima di discriminazione tanto quanto il suo nuovo compagno nero Alì. Una spaventosa dimostrazione dell’umana incapacità di vedere.

Cane Bianco, Samuel Fuller, 1982

La storia di un pastore tedesco bianco che viene cresciuto da un razzista con uccidere gli odiati neri permette a Samuel Fuller di riflettere sull’odio e la prevaricazione insite nella società statunitense. Usando le stesse parole del regista: “Il razzismo è come un veleno che viene assunto ma non può mai essere del tutto eliminato”. Anche se all’uscita non venne per nulla compreso, ben presto è diventato uno dei massimi esempi del cinema politico americano.

Missisippi Burning, Alan Parker, 1988

Alan Parker dirige questo capolavoro nel 1988, quando una giovane Frances McDormand dimostrava già il suo talento raffinato. Questa vicenda sconvolgente, che si ispira a fatti realmente accaduti, propone una situazione drammatica purtroppo ancora attuale: la gravosa condizione di vita della popolazione nera nel sud degli Stati Uniti. Ne risulta una denuncia cruda e sincera dei mali più profondi e scottanti che attanagliano l’America: l’intolleranza e il razzismo. 

Paris Is Burning, Jennie Livingston, 1990

Essenziale per chiunque voglia saperne di più riguardo alla ball culture americana. Il lavoro di Jennie Livingston è stato in grado di documentare, senza malizia né didascalismo, le vite e l’arte di questa nicchia interna alla comunità afroamericana, al cui interno agiscono gruppi spesso tenuti lontani dal grande schermo, come drag e trans. Da non perdere se avete amato Climax di Gaspar Noé.

Hoop Dreams, Steve James, 1994

Per molti ragazzi afroamericani il basket rappresenta un’ancora di salvezza dalla condizione di povertà, un’occasione per raggiungere il Sogno Americano. Steve James segue le vicende di due giovani che dai bassifondi di Chicago cercano di ottenere una vita migliore attraverso questo sport. Un documentario fondamentale per comprendere davvero gli anni Novanta in un’ottica estremamente lontani dalla malinconia nostrana.

Public Housing, Frederick Wiseman, 1997

Il maestro del documentario americano racconta da vicino la vita delle case popolari di Chicago, dove vivono le fasce meno abbienti della popolazione della città. Wiseman non solo denuncia la carenza di intervento da parte di una politica sempre meno interessata alle persone (specialmente le minoranze), ma anche la perenne lotta di una comunità decisa a cambiare le cose.

Amistad, Steven Spielberg, 1997

Un gruppo di schiavi imbarcati sulla nave spagnola Amistad al largo di Cuba riesce a liberarsi e a prendere il comando dell’imbarcazione, tentando di ritornare in Africa. In quanto inesperti di navigazione, si affidano a due uomini dell’equipaggio spagnolo, ma si rivelerà una scelta intrisa di inganni. Dopo essere stati catturati in Connecticut, gli schiavi vengono processati per l’assassinio dell’equipaggio, difesi dall’avvocato Roger Baldwin. Proprio durante le sedute in tribunale emergerà il grande problema sollevato dal film: la tratta degli schiavi e il concetto di schiavitù.

Il colore del sangue, Joseph Sargent, 1997

Il film tratta il controverso esperimento socio-sanitario portato avanti tra il 1932 e il 1972 negli Stati Uniti, denominato Studio sulla sifilide di Tuskegee, che prevedeva di studiare gli effetti a lungo termine della sifilide su pazienti non sottoposto ad alcun trattamento, condotto esclusivamente su soggetti di colore. Questa discriminazione viene raccontata tramite gli occhi dell’infermiera Eunice Evers (Alfre Woodward), consapevole del malefico piano segreto del governo e del suo ruolo di figura consolatrice per le vittime coinvolte.

Crash, Paul Haggis, 2004

Esordio di Haggis, che con questo si è conquistato ben tre Oscar (Miglior film, Miglior sceneggiatura e Miglior montaggio), Crash – Contatto Fisico è un film composto da una moltitudine di storie intrecciate. Un dramma che intesse una serie di storie indipendenti per poi farle incrociare dal destino. Ciascuna, legata a uno spazio e a uno scenario specifico, mostra come un evento ne attivi un altro, e così secondo una reazione catena di oltre 100 minuti.

Manderlay, Lars Von Trier, 2005

Secondo film della trilogia incompleta di Von Trier, USA – Terra delle opportunità, Manderlay torna alla crudezza di Dogville, toccando questa volta il tema della schiavitù e dello sfruttamento delle persone di colore. Il viaggio della protagonista, Grace, prosegue ricco di buoni propositi, guidato da un sano ma ingenuo spirito democratico, non sempre sufficiente per contrastare le brutalità di cui l’uomo è capace. La freddezza e la finta trasparenza degli ambienti, di nuovo, dimostra quanto lo spirito dell’essere umano sappia covare qualsiasi tipo di orrore.

Invictus, Clint Eastwood, 2009

Invictus, firmato da Clint Eastwood, racconta la sfida dell’integrazione affrontata dal Sudafrica nei giorni appena successivi alla caduta del regime dell’Apartheid. Una conquista ottenuta (almeno in parte) grazie alla guida di Nelson Mandela e alla forza coesiva di uno sport come il rugby. Il film dimostra che il razzismo non è altro che il primo ostacolo da superare: la parta più complessa è la collaborazione e la ricostruzione. 

Prom Night In Mississipi, Paul Saltzman, 2009

Il documentario segue le vicende di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di superiori nella città di Charleston, in Mississippi, mentre si preparano al ballo di fine anno, il primo in cui viene inclusa anche la comunità nera. Si innescano così tensioni, dinamiche discriminatorie e pregiudizi che serpeggianti tra genitori e insegnanti. Fino al 2008, infatti, i balli di fine anno della città venivano organizzati separatamente, uno per studenti neri e uno per studenti bianchi – per quanto assurdo possa sembrare.

Colonial Gods, Dee Reese, 2009

Un film che si snoda tra Minneapolis al quartiere multietnico di Butetown a Cardiff. Tra la scelta di adeguarsi o di opporsi, di stare a testa bassa o di alzare la voce. Colonial Gods di Dee Reese – cortometraggio vincitore dell’Iris Prize all’LGBT+ Festival nel 2009 – è una storia di amicizia tra Abdi (Said Mohammed), un giovane e speranzoso somalo appena arrivato nel Regno Unito, e Izi (Cornell John), un lavoratore di origine nigeriana che non si arrende all’ingiustizia. Due approcci diversi alla gentrificazione per una riflessione sul colonialismo di oggi.

Venere nera, Abdellatif Kechiche, 2010

1810, Londra. Saartjie, “venere ottentotta”, viene esibita su un palco incatenata come una bestia da circo. Dieci anni dopo, a Parigi, cambia palcoscenico ed entra in scena sotto gli occhi indagatori di scienziati e accademici. Storia di un corpo e del modo in cui gli sguardi vi si rapportano, Venere Neradisponibile su CHILI – è un film che parla di diversità, rieducandoci a guardare. Quella di Saartjie è una storia senza tempo, attuale nel 1810 tanto quanto nel 2020.

The Black Power Mixtape 1967-1975, Goran Olsonn, 2011

Documentario diretto da Goran Olsonn sul movimento per il potere nero in America negli anni ’70, The Black Power Mixtape 1967-1965 è un mosaico di parole, come quelle illuminanti di Angela Davis, e di suoni, con una colonna sonora curata da Questlove e Om’Mas Keith. Questo è il film per conoscere la storia della società americana e comprendere il suo presente, ancora pieno di contraddizioni e intriso di razzismo. Una realtà che non è lontana da noi, ma che ci chiama alle nostre responsabilità.

12 anni schiavo, Steve McQueen, 2013

Premiato con l’Oscar al Miglior film, 12 anni schiavo racconta la libertà negata di un eccellente musicista afroamericano, una decina di prima della Guerra di Secessione. Il film è ispirato all’omonima autobiografia di Solomon Northup, edita nel 1853. Un film toccante e coinvolgente interpretato da un cast di rilievo, tra cui il debutto di Lupita Nyong’o, premiato con un Oscar come Miglior attrice non protagonista.

Selma – La strada per la libertà, Ava DuVernay, 2014

Selma racconta l’apice della battaglia condotta da Martin Luther King per ottenere il diritto di voto per gli afroamericani in America. Un insieme di tre marce condotte da Selma a Montgomery avvenute nel 1965. Il film testimonia un momento cruciale nella lotta al razzismo negli Stati Uniti.

Se la strada potesse parlare, Barry Jenkins, 2016

Un ragazzo nero, un crimine mai commesso, un amore (e una vita) interrotta a causa del suprematismo bianco. L’America degli anni Settanta non sembra poi così diversa da quella di oggi. Dopo l’Oscar per Moonlight nel 2016, Barry Jenkins dirige Se la strada potesse parlare: un’intensa storia d’amore ambientata a Harlem, tratta dall’omonimo romanzo di James Baldwin. Una tragedia che sceglie di sublimare la violenza in un lirismo visivo e sonoro dall’impatto magnetico. Disponibile su CHILI.

Un’ultima risata, Ferne Pearlstein, 2016

Una donna sopravvissuta all’Olocausto e sua figlia si interrogano sul fatto se sia lecito scherzare su un evento tragico di simile portata. Mentre segue loro due, la regista Ferne Pearlstein apre un discorso più ampio sulla comicità politicamente scorretta e su argomenti tabù come la pedofilia, il terrorismo e il razzismo, attraverso le testimonianze di diversi professionisti del settore: tra gli altri, Gilbert Gottfried, Sarah Silverman, Carl Reiner, Rob Reiner, Mel Brooks, Harry Shearer, David Cross, Larry Charles.

Tre Manifesti a Ebbing Missouri, Martin McDonagh, 2017

In Tre manifesti a Ebbing, Missouri il tema del razzismo è il motore invisibile di tutta la vicenda, riuscendo anzitutto a restituire un crudo e realistico ritratto di quella che è l’atteggiamento della polizia nella provincia americana. Per dirlo con le parole della protagonista: “Troppo impegnata a torturare i neri invece che risolvere un vero caso”.

Scappa – Get Out, Jordan Peele, 2017

Scappa ipnotizza (è proprio il caso di dirlo…) lo spettatore con la sua storia di discriminazione razziale e perbenismo ipocrita, arrivando a una conclusione per certi versi sorprendente e audace. L’epilogo è la chiusa ideale per il background culturale del film, per l’argomento che tratta e per il modo in cui lo comunica.

BlacKkKlansman, Spike Lee, 2018

BlacKkKlansman racconta la storia vera di Ron Stallworth, il primo poliziotto nero di Colorado Springs, Colorado. Stallworth riesce a entrare sotto copertura nel KKK, intrattenendo conversazioni telefoniche con David Duke (direttore del Klan) e inviando agli incontri ufficiali dei klanisti il collega bianco sotto copertura (interpretato da Adam Driver). Una visione schietta e ironica che non manca tuttavia di ricordare la problematicità tragica di quel tipo di cultura discriminatoria e subdola insita nella storia americana. Charlottesville l’ha dimostrato, e Spike Lee sceglie proprio le immagini vere di quei giorni per il suo finale. Sempre di Lee, vi consigliamo anche Fa’ la cosa giusta, del 1989, pietra miliare del cinema americano.

Che fare quando il mondo è in fiamme?, Roberto Minervini, 2018

Che cosa vuol dire uscire di casa ogni mattina senza la certezza che si arriverà vivi alla sera? Questo è il quesito che si pongono ogni giorno gli abitanti di uno dei quartieri più poveri di New Orleans, prevalentemente neri. Qui Minervini ha conosciuto Judy Hill, la carismatica proprietaria dell’Ooh Poo Pah Doo bar. Lei il fuoco ce l’ha negli occhi, quando trema per la rabbia nel farsi portavoce di tutte quelle storie sbagliate vissute da lei e dalle persone che ama. In parallelo, il regista ha seguito le azioni del Black Panther Party, fra manifestazioni e indagini porta a porta sui numerosi casi di omicidio di ragazzi neri avvenuti in Louisiana nell’estate del 2016.

La legge dei più forti, Deon Taylor, 2019

Una giovane poliziotta di colore si trova ad assistere suo malgrado a un omicidio provocato dall’eccesso di violenza da parte di un gruppo di agenti di polizia corrotti. Vedendola sulla scena come testimone oculare, decidono di spararle, ma ne esce ferita senza grossi danni. Dopo il tragico evento, dovrà chiedersi fino a che punto l’etica del lavoro possa prevalere rispetto a quella personale e alle ingiustizie razziali che permeano la società americana.

La redazione