Voto

8

Per la copertina di So Help Me God!, il suo sesto album ufficiale, 2 Chainz scrive su Instagram di aver scelto una sua foto del suo ultimo anno di scuola media: è una proof pic, sotto la quale l’artista scrive: “aspirante spacciatore, ladro occasionale, e se potessi dire qualcosa a quel ragazzo oggi gli direi di non arrendersi, che i tempi duri esistono ma non durano in eterno”. Trent’anni dopo lo vediamo sorseggiare una collezione di tequila da 450.000 dollari e riunire venti produttori diversi per il suo nuovo disco con la stessa nonchalance.

Per 2 Chainz la cifra stilistica che lo ha contraddistinto negli anni è stato quel senso dell’interpretazione che solo i veri showman possiedono e che lo ha portato a mischiare intrattenimento puro e tematiche scomode che lui decora con sofisticatezza. Un blend che emerge in Wait for You to Die, dove su una base di violini e riverberi si lancia in una confessione personale (“When I was winnin’, you weren’t clappin’ for me, your hands was tied up/And I’m tired of it, all this pain that’s inside of me/Talkin’ to my demons and they told me that they were proud of me”). Interpretazione da una parte e capacità di lasciarsi ispirare dall’altra: per alcune fasi del disco che si immergono in una consistente modalità soul grazie ai campionamenti di classici come Piece of My Love dei Guy ed Early in the Mornin di Alan Lomax emerge una fortissima componente Southern con la partecipazione di artisti come Kevin Gates, Mulatto, Lil Wayne e produzioni affidate a David Banner e Chief Keef, che compone l’esplosivo beat di Free Lighter.

Gli elementi trionfanti e il bragging si susseguono in tracce come Can’t Go for That e Lambo Wrist, sospinte da fragorose 808, mentre in Feel a Way con Kanye West e Brent Faiyaz i toni si fanno più morbidi e riflessivi. Un disco che, a dispetto della carta d’identità (quarantatré anni compiuti lo scorso settembre) conferma la crescita artistica ancora in corso che 2 Chainz è riuscito a esprimere da Based on a T.R.U. Story in poi.

Matteo Squillace