1.Parlate uno alla volta

1994 è diversa. L’abbandono della narrazione corale permette alla sceneggiatura di sviluppare un topic e un tono diverso in ognuno degli otto episodi, a partire dall’iniziale confronto tra Berlusconi e Occhetto. Se da un lato questa era forse l’unica modalità narrativa efficace per portare a termine il discorso iniziato con 1992, dall’altro obbliga a un’accelerazione talvolta forzata, soprattutto nello sviluppo dei personaggi fittizi, a eccezione di Leonardo Notte (Stefano Accorsi).

2. “Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire”

La quinta puntata della stagione brilla su tutte. Il racconto post-mortem, sulla falsariga di American Beauty, si allinea alla logica narrativa della serie e restituisce appieno il senso dell’incontro tra Berlusconi e Bossi secondo il punto di vista del politico defunto. L’azzeccata intonazione noir della puntata va inoltre a tracciare una delle evoluzioni chiave di questi ultimi otto episodi: il triangolo sentimentale incentrato su Veronica Castello (Miriam Leone). 

3. Due assi nella manica

Paolo Pierobon si unisce a Guido Caprino nella categoria dei fuoriclasse della trilogia, restituendo una delle migliori interpretazioni di sempre di Silvio Berlusconi, giocandosela perfino con quella di Toni Servillo in Loro.

4. Linee parallele

Come il panorama politico di quegli anni, anche la serie è in continua metamorfosi, episodio dopo episodio: 1994 sa reinventarsi continuamente, anche nei punti in cui l’aderenza ai fatti è ineludibile. Il racconto procede con discrezione e accortezza, accostando alle linee spesso geometriche della regia sequenze rapide e convulse che catturano lo spettatore.

5. Gran finale

Se il penultimo episodio è forse il peggiore dell’ultima stagione, i cinquanta minuti conclusivi sanno però esaltare i personaggi che l’hanno abitata. Tutti, nella decadenza diffusa, trovano conferma della loro bassa e naturale amoralità e la ritrovata coralità finale è avvolta da un’atmosfera profetica che si fa metafora della caratteristica per eccellenza di chi abita il mondo della serie: la volubilità.

Davide Spinelli