Anche quest’anno il Gender Bender Festival, l’evento internazionale prodotto dal Cassero LGBT Center dedicato alle nuove forme di rappresentazione del corpo e dell’identità di genere, dal 24 ottobre al 3 novembre ha abitato la città di Bologna. Cromocosmi è il suggestivo titolo scelto per questa sedicesima edizione, che fonde sguardi e traiettorie innovative della ricerca artistica contemporanea per esplorare gli universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale. Una multidisciplinarità sempre di alto livello, all’interno della quale svetta la sezione cinematografica ospitata dalla Cineteca di Bologna: una selezione delicata, eclettica e pertinente in un Paese che ha ancora tanto da imparare riguardo a questo genere di tematiche e alla loro rappresentazione cinematografica. Numerosi i documentari, che si confermano la modalità d’indagine più immediata e d’impatto, ma la sorpresa arriva dalle fiction, che hanno portato riflessioni inedite su uno schermo italiano, affrontando argomenti difficili con tonalità varie e sorprendentemente efficaci.

Notevole la Francia, che come da tradizione affronta tematiche complesse con ironia e leggerezza, senza mai banalizzare, restituendo una cornice emotiva forte. In questo senso, al fianco di un frizzante Embrasse-moi, definito da “Télérama” “la prima commedia romantica lesbica del cinema francese”, si distingue il film di Fabien Gorgeart, Diane a les épaules, la storia di una donna che non vuole figli ma sceglie di portare in grembo quello di una coppia di suoi amici. Una commedia dal tono brillante, che oltre ad affrontare con sagacia la questione della gestazione per altri, delinea un personaggio femminile del tutto anticonvenzionale nelle modalità di approccio al mondo e genuinamente femminista, senza caricarlo di un tono eroistico o simbolico e mettendone anche in luce le debolezze, in estrema coerenza con l’incoerenza dell’essere umano.

Un connubio di delicatezza e complessità che è protagonista anche di quello che forse è il miglior film del festival, Girl, impressionante esordio alla regia del belga Lukas Dhont. Premio Un Certain Regard allo scorso Festival di Cannes e selezionato per rappresentare il Belgio agli Oscar 2019, Girl racconta la storia della transizione M to F della sedicenne Lara, nata in un corpo maschile e amante della danza fino ai limiti del proprio corpo. Girato con una destrezza registica e una pulizia fotografica notevoli per un esordio, il film crea una sorta di parallelismo fra il difficile percorso ormonale di Lara, ripresa più volte allo specchio soffermandosi sul suo volto angelico e iperfemmineo sopra a un corpo maschile che non le appartiene, e le serrate lezioni di danza. Un contrasto che si sviluppa ed evolve all’interno di una dinamica familiare dolce, con una figura paterna amorosa, comprensiva e a tratti teneramente spiazzata.

Nota di merito per Mapplethorpe, biopic di Ondi Timoner sulla storia del noto fotografo americano. Completo, approfondito, senza banalizzazioni e con una notevole messa in scena, il film delinea una figura stratificata, mai esaltata e interpretata con grande carisma. L’ultima grande sorpresa arriva dal nostro cinema italiano: poco distante da Bologna, sull’Appennino emiliano, Margherita Ferri ambienta il suo primo lungometraggio. Zen – Sul ghiaccio sottile è la storia di una transizione F to M nel difficile ambiente di un liceo di provincia. Pur rientrando in una diversa dimensione autoriale rispetto a Girl, il film entra in profondità alla tematica, grazie anche all’interpretazione intimista e personale delle protagoniste, per insegnarci qualcosa: rompere pregiudizi e opinioni generaliste riguardo a un percorso di mutamento di identità sessuale non legato all’omosessualità (elemento sottolineato in entrambe le opere) ma alla viscerale e dolorosa presa di coscienza della propria individualità; una dinamica che attanaglia da sempre l’essere umano.

Carlotta Magistris

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