Mentre Netflix aggiunge al catalogo alcuni dei successi dello Studio Ghibli (tra cui Porco rosso, Il mio vicino Totoro e Pioggia di ricordi), la NHK World-Japan ne mostra i retroscena con un documentario disponibile sulla sua piattaforma streaming. A differenza di Never-ending Man: Hayao Miyazaki, sempre firmato da Kaku Arakawa, 10 Years with Hayao Miyazaki più che un racconto del padre fondatore dello studio, è un saggio sul tempo e sul peso che comporta; un tempo che non è solamente il tempo dell’uomo, delle sue fatiche e della sua vecchiaia, ma che è anche il tempo della storia, della favola e del cinema.

Diviso in capitoli, il film si apre nel 2006, anno in cui Miyazaki mette mano per la prima volta a quello che sarebbe diventato il personaggio di Ponyo. Il racconto di questa genesi diventa il pretesto per affrontare uno dei grandi problemi del tempo della narrazione: come si apre una storia? L’interrogativo tormenta Miyazaki, un uomo con incertezze e fallimenti, mentre affronta una scalata al successo che si rivela essere una frustrante e inaspettata sequenza di insuccessi. Centinaia di immagini affollano la mente dell’autore, ma nessuna sembra essere quella adatta per i primi frame del film a cui sta lavorando. “Non pensare di poter sempre catturare quello che vuoi” dice con amarezza il maestro alla macchina da presa, che lo segue giorno per giorno. Ma la produzione non si ferma, e se da un lato il dubbio sull’incipit tormenta Miyazaki, dall’altro un nuovo cruciale interrogativo si fa spazio tra i suoi acquarelli: come far coincidere la favola di una pesciolina rossa e la storia del suo creatore?

I quattro episodi procedono secondo un climax in cui lo scorrere del tempo diventa una presenza sempre più determinante nella vita di Miyazaki. A dimostrarlo è l’entrata in scena di un personaggio che ha ricoperto un ruolo fondamentale nella storia dell’artista giapponese: il figlio Gorō. Lo scontro generazionale tra padre e figlio percorre come un filo rosso l’intera riflessione sul tempo, talvolta in maniera diretta, talvolta meno. Se Miyazaki rappresenta la certezza di un passato di successi diventati tradizione, Gorō è il simbolo di una nuova generazione votata all’instabilità, di un futuro che tenta di far sentire la propria voce ma, nel suo caso, viene soffocata da un cognome troppo pesante da portare e forse dal distacco affettivo di un padre che non riesce a concepire l’incertezza e l’inesperienza della novità. La struttura simmetrica e a specchio del documentario arriva al quarto e ultimo episodio ponendo l’interrogativo temporale opposto rispetto a quello iniziale: come si chiude una storia? È ormai il 2010 e Miyazaki sta lavorando al nuovo film, Si alza il vento: questa volta lo Studio deve firmare una favola che sia esclusivamente (o quasi) per adulti.

Ed ecco che torna in questione il peso del tempo nella sua triplice valenza. In primo luogo il tempo dell’uomo Miyazaki, ormai stanco e anziano, che al tramonto della sua carriera (nel 2013 annuncerà il suo ritiro dalle attività cinematografiche, per poi ritrattare) sente il bisogno di tornare a parlare principalmente a un pubblico adulto. Il tempo della favola, che non trova l’immagine giusta per il finale, un finale insolito che Miyazaki stesso definisce come la sua prima scena romantica non per bambini. E infine il peso più grande di tutti, quello della storia: nel 2011, mentre lo Studio Ghibli racconta un devastante terremoto, il Giappone è colpito dal più grande disastro sismico mai registrato nel paese. Ed è proprio in tempi così tragici, quando anche la lavorazione del film rischia di interrompersi, che le persone cominciano a chiedere a Miyazaki se il Giappone abbia bisogno ora di sentire parlare di personaggi come Totoro, piuttosto che di Horikoshi, ingegnere aeronautico ai tempi della seconda guerra mondiale e protagonista di Si alza il vento. Ma con il terremoto qualcosa si è scosso anche nella creatività del maestro: sa che di Totoro non c’è più bisogno di parlare, Totoro appartiene a un altro tempo.

Parlando di cinema, Arakawa e Miyazaki parlano di tempo e quindi di storia, dimostrando come questa arte sappia farsi portavoce della vita di un uomo e di un Paese intero, anche e soprattutto nei loro momenti più duri. 10 Years with Hayao Miyazaki è un documentario sul ritiro dalle scene a pochi mesi dal ritorno: nel 2016 il regista ha annunciato di tornare alla produzione con un nuovo e ultimo lungometraggio, dal titolo Kimi-tachi wa dō ikiru ka, in italiano E voi come vivrete?. Il suo auspicio era quello di terminarlo entro il 2019, scadenza rimandata al 2020 e ora ancora non confermata. A Miyazaki, dopotutto, l’avanzare del tempo non sembra pesare così tanto, e la sua è una storia senza fine, o come ha detto Arakawa col suo precedente documentario, Miyazaki è un uomo senza fine.

Chiara Ghidelli