Voto

8

Ci sono due anime contrastanti nel sessantasettesimo album in studio di Willie Nelson: quella di un’instancabile leggenda vivente del country che riesce ancora mantenere un’attività discografica talmente intensa da far invidia anche al rapper più temerario (“I don’t wanna be the last man standin’”) e quella di un cantautore ormai ottantacinquenne che affronta con auto ironia l’inevitabile sentenza del tempo (““One thing I’ve learned about running the road / Is forever don’t apply to life,”).

A un anno esatto da God’s Problem Child, Nelson conferma l’impressione che stia vivendo il periodo artistico più florido degli ultimi vent’anni, alternando testi acuti (“bad breath is better than no breath at all”, Bad Breath) a drammatiche ballate come Very Far To Crawl e She Made My Day, nelle quali combina il suo inconfondibile timbro nasale con un eccentrico fraseggio jazz.

Undici tracce prodotte coscientemente da Buddy Cannon, in grado di mantenere in equilibrio le influenze blues, rock ‘n’ roll e honky tonk e plasmare un suono limpido e compattoLast Man Standing è l’eccezionale prova del patrimonio artistico che Willie Nelson mette, ancora una volta, al servizio della canzone tradizionale americana.

Christopher Lobraico

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