Voto

7

Il regista di 45 anni Andrew Haigh dimostra ancora una volta in Weekend una capacità introspettiva eccezionale, riuscendo a far emergere in modo delicato l’interiorità dei due protagonisti. Russell e Glen vivono quasi per caso una relazione breve e intensissima che si traduce in gesti ed espressioni accennati ma eloquenti: timidi sorrisi, sguardi sfuggenti e mani sfiorate esprimono più di lunghi discorsi; è un continuo sondarsi a vicenda, ora con le parole, ora con il corpo.

Il loro amore, limitato a un solo weekend, porta i protagonisti a vivere con estrema intensità ogni istante in un rendez-vous di emozioni che dilata il tempo loro concesso: non è la durata di una relazione a definirne lo statuto, non vi sono convenzioni che conferiscano legittimità a un rapporto sentimentale. Haigh sembra voler quasi lasciare il debito spazio a Russell e Glen affinché consumino il loro amore nell’intimità più profonda, ma l’attenzione rivolta alla loro sfera privata scivola a tratti in un’eccessiva esibizione: alcune scene di nudo risultano davvero troppo esplicite.

La camera a mano rincorre i protagonisti ossessivamente, senza però farli apparire come il soggetto principale: tra riflessi nello specchio e messe a fuoco su oggetti e passanti secondari lo spettatore deve cercare Russell e Glen, sforzarsi di entrare nel loro mondo, nido esclusivo e privato della loro improvvisa passione. Come la macchina da presa, così i personaggi si esplorano, s’infiltrano nelle spaccature delle debolezze dell’altro, si conoscono e, soprattutto, imparano a conoscere se stessi, sfilandosi insieme ai vestiti la maschera che cela la loro vera personalità.

Anna Magistrelli

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