Voto

10

La prima impressione è di non averci capito assolutamente nulla. Se tutti quelli che sono usciti dalla sala totalmente confusi lo riferissero a Paul Thomas Anderson – e per fortuna non credo che saremmo in pochi – lo renderebbero veramente felice.

La convinzione che sarebbe stato impossibile trasporre sul grande schermo un romanzo di Thomas Pynchon è finalmente stata smentita, e nessuno lo avrebbe saputo fare meglio del regista californiano nato nel 1970, giusto in tempo per vedere i tristi strascichi della più grande rivoluzione mancata della storia americana, il movimento hippie.

Fedelissimo all’omonimo romanzo, Anderson droga lo spettatore con una regia allucinogena fatta di ellissi scattose alla Tarantino, come fossero vuoti di memoria, e di trip resi con lunghi piani-sequenza, da bravo discepolo di Orson Welles. La trama vera e propria, che illude essere noir alla Hammett per poi dissolversi in un caleidoscopico intreccio di personaggi e storie collegati tra loro dal puro caso, ha come come minimo comun denominatore il punto di vista stralunato di “Doc” Sportello – il protagonista, interpretato in modo eccezionale da Joaquin Phoenix, un detective improvvisato, vittima degli eventi a cui cerca vanamente di dare un senso spinto dal connubio odi et amo che prova per la ex fidanzata Shasta, motore di tutta la vicenda. Ma il plot non è ciò che interessa, e piano piano si disperde per far emerge il vero focus del lungometraggio: la nostalgia per l’utopia ormai infranta del Flower Power, del sogno americano a cui Altman ha dedicato gran parte della propria carriera, controcultura brevissima, schiacciata bruscamente dal governo Reagan, che non si preoccupò mai di comunicare con essa, accogliendola e “istituzionalizzandola”, ma si limitò a creare una frattura abissale e irrisolvibile.

La pellicola è pregna di una tormentosa sofferenza, che come per osmosi investe lo spettatore. Incombono man mano ombre minacciose che tingono di nero la comicità solo apparente del protagonista lebowskiano, simboleggiate dal misterioso scuner “Golden Fang”. Businessmen opportunisti, cartelli dell’eroina che controllano i “centri di recupero”, spie, doppiogiochisti, gruppi che ricordano gli Hell’s Angels e la Manson Family minano dall’interno quel surreale mondo “di fattoni”, processo che si rispecchia nella destrutturazione dei fondamenti stessi del film.

Una ricostruzione perfetta fin nei minimi dettagli fa credere allo spettatore per 148 minuti di trovarsi davvero negli anni ’60, a differenza di film come American Hustle che si limitano a restituire una fittizia rappresentazione di quegli anni. Sfondo che calza a pennello è la colonna sonora curata da Jonny Greenwood, che avvolge lo spettatore ubriacandolo fino a fargli perdere coscienza di sé.

Vizio di forma è l’infelice traduzione di Inherent Vice, letteralmente “Vizio intrinseco”, che secondo l’articolo 1906 del Codice Civile è “un elemento disfunzionale, insito nella cosa assicurata, che può produrre o aggravare il danno”: la chiave di lettura del film tutto, squisitamente postmoderno.

Benedetta Pini

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