Doubles Vies – Non-Fiction, Olivier Assayas | Concorso Venezia 75

Accantonate le atmosfere cupe di Sils Maria (2014) e Personal Shopper (2016): Doubles Vies è una commedia verbosissima memore del migliore Woody Allen, in cui i personaggi parlano tantissimo, senza sosta, tornando a discutere ossessivamente dello stesso argomento per tutto il film. Doppie sono le vite dei personaggi, che si barcamenano tra relazioni extraconiugali sul sottilissimo confine che separa l’implicito dall’ipocrisia, tra relazioni private intrecciate a rapporti lavorativi, tra aspettative e realtà, tra ambizioni e compromessi. Doppie, se non infinite, possono essere le opinioni su uno stesso argomento o fatto e, di conseguenza, il modo in cui viene percepito. Ed è per questo che la densa verbosità del film non annoia mai: ogni dialogo, ogni frase, ogni pensiero aggiunge un tassello diverso, sempre stimolante e provocatorio, all’attualissima questione del rapporto tra analogico e digitale, che interessa tanto il campo dell’editoria – attorno al quale ruota il film – quanto quello del cinema. Assayas è astuto: parla di cinema senza parlare di cinema, sviando così il rischio di un noiosissimo film autoreferenziale.

Partendo da spunti in apparenza banali e generalisti, Assayas si addentra nell’argomento fino a sviscerarlo: fake news, post-verità, ebook vs libri cartacei, ruolo della critica elitaria, democratizzazione della cultura e delle opinioni, con qualche virata più esplicitamente cinematografica (streaming, prodotti seriali, mediazione della critica, mestiere dell’attore, pellicola/digitale); non manca nulla. Senza demonizzare il digitale, che è anzi una risorsa preziosissima, Assayas si limita a lanciare frecciatine, a divertirsi con qualche inserto sarcastico e a proporre speculazioni che aprono voragini di domande. Nessuna risposta, perché, al momento, non avrebbe senso darne: stiamo vivendo un cambiamento epocale che procede complesso e a ritmo incessante; non ci resta che fermarci, riflettere e capire come gestirlo.

Peterloo, Mike Leigh | Concorso Venezia 75

Manchester, 1819. Durante un comizio pacifico presso St. Peter’s Field per chiedere un governo più democratico e riforme politiche che migliorino la tragica condizione economica in cui versa il Paese, la folla viene dispersa dalla cavalleria provocando alcuni morti e tantissimi feriti. Ma a Leigh interessa ciò che ha preceduto questo massacro, al quale vengono infatti dedicati solo pochi dei 154 minuti di durata complessiva del film. Da una parte i ricchi e potenti, gli uomini di legge che decidono della sorte del popolo con crudeltà e qualche punta di sadismo; interpretati da attori marcatamente teatrali che a tratti sfociano in eccessi ridicoli. Dall’altra parte i poveri impotenti, disperati e affamati, che senza neanche sapere bene perché abboccano alle belle parole di chi si erge a loro portavoce ma, a ben vedere, è solo interessato a compiacere il proprio ego e mantenere lo status quo classista, incapace di trasformare i discorsi retorici in azione concreta.

In mancanza di una mediazione efficace tra vertice e base della società – che spetterebbe alla cultura, al giornalismo –  il flusso comunicativo tra le diverse classi sociali si inceppa, la parola si fa sterile – se non addirittura pericolosa – e la democrazia non può nascere né svilupparsi. Ed è qui che il film apre uno spiraglio verso l’attualità, verso quella politica populista di oggi che sfrutta la forza della retorica per manipolare, incitare, convincere e mira dritto alla pancia, minimizzando la rilevanza dei fatti. Leigh si concentra sulle premesse discorsive del massacro, sugli uomini che, solamente con le loro parole, hanno creato un contesto tale da arrivare a questa tragedia sanguinosa. Un’indagine antropologica condotta con una fedeltà storica ineccepibile, che funziona nelle scene statiche, giustapposte in una serie di tableaux, e delude invece nei momenti più dinamici, che risultano macchinosi e artificiosi.

The Ballad of Buster Cruggs, Joel e Ethan Coen | Concorso Venezia 75

Sei storie western, un filo conduttore: la morte. I Coen si divertono a far morire i loro personaggi in modi assurdi, ed è impossibile non divertirsi a guardarle. Adottando registi stilistici diversi per i vari capitoli – ognuno dei quali sarebbe dovuto essere una puntata di una serie –, i Coen sfoggiano tutta la genialità di regia e scrittura di cui sono capaci, rielaborando con il loro gusto del paradosso le varie declinazioni del western, dai classici duelli alla Sergio Leone ai dialoghi serrati e claustrofobici alla Tarantino; tutte attraversate da fiumi di sangue. Straordinario il primo episodio, con un protagonista coeniano doc, al contempo buffo e crudele, che spiazza tutti dando sfogo al sarcasmo cinico e sardonico dei due autori.

Benedetta Pini

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