Charlie Says, Mary Harron | Orizzonti

Un argomento tornato in voga con Once Upon A Time in Hollywood – l’attesissimo nuovo film di Tarantino – ma forse mai davvero passato di moda: la filmografia su Charles Manson o comunque ispirata alla sua storia conta numerosi titoli, tra cui l’eccentrico Vizio di forma di Paul Thomas Anderson. Eppure Charlie Says, diretto dalla regista di American Psycho, riesce a fornire una prospettiva originale sulla vicenda, con uno sguardo interno, quasi complice, delle dinamiche interne alla follia che fu la Manson Family. La scelta di alternare due dimensioni temporali, l’una ai tempi d’oro della Famiglia e l’altra quando il sogno si è infranto, permette di entrare nel meccanismo perverso di lavaggio del cervello su cui Manson ha fondato la sua setta. Ed è per questo impossibile giudicare le tre protagoniste, condannate all’ergastolo per il coinvolgimento nei crimini organizzati da Manson, scampando per un pelo il braccio della morte.

La macchina da presa di Harron indaga le dinamiche e, soprattutto, le contraddizioni interne alla setta di Manson e ne subisce il fascino, privata completamente di ogni sorta di giudizio: è questa la chiave per dischiudere e provare a comprendere i meccanismi che hanno tenuto in piedi una comunità fondata sull’azzeramento del proprio ego, della propria individualità, della propria volontà e della propria essenza, trasformando ogni membro in un automa asservito al volere di Manson. Perché sarebbe troppo semplice additarle come dei mostri, delle assassine psicopatiche e crudeli: sono delle ragazze normali. E allora com’è potuto succedere? Come hanno potuto prendere per dogmi le assurdità che gli raccontava “Charlie”?

Al contempo, è possibile una rieducazione? L’unica via è la comprensione degli orrori commessi, dell’assurdità dei dogmi su cui hanno fondato la loro vita una volta entrate nella setta. Ma il prezzo da pagare è una presa di coscienza terribile, che schiaccia le tre ragazze sotto a un senso di colpa direttamente proporzionale alla (ri)conquista della lucidità.

Pearl, Elsa Amiel | Giornate degli Autori

Il corpo di Julia/Lea (Julia Föry) è il cuore dell’Opera prima di Elsa Amiel, che racconta il dramma di una donna scissa fra la sua vita passata come Julia e quella presente di Lea Pearl, una bodybuilder professionista. Lea sta gareggiando alla finale di un campionato internazionale di bodybuilding femminile quando il suo ex compagno e il figlio Joseph di 6 anni fanno irruzione in quell’universo di diete ferree, ormoni e intenso allenamento atletico, rompendo qualsiasi equilibrio sia fisico – come la ricomparsa del ciclo mestruale – che mentale.

Pearl segue questa donna alla ricerca di un nuovo punto di incontro fra corpo e spirito, riflettendo sulla femminilità in generale, sulle diverse forme che può assumere e sulla condizione della donna nella società odierna, in cui carriera e maternità non sembrano poter viaggiare insieme. L’uso di un doppio registro linguistico – da una parte il francese con il figlio e l’ex compagno, dall’altra l’inglese con l’allenatore – sembra a sua volta riprodurre questa netta frattura fra fisicità ed emotività. Oltre a una grande cura dei dettagli e degli ambienti, che raccontano una manifestazione sportiva dal carattere visivamente accattivante, Pearl sorprende anche per i suoi primi piani sullo sguardo malinconico di Lea, su quei sorrisi forzati che nascondono personalità fragili. La macchina da presa si avvicina indiscretamente alle pieghe della sua pelle impregnata di oli glitterati e lustrini, si posa su quella montagna di muscoli dalle forme così dure che, con l’instaurarsi a poco a poco di una relazione con il figlio, sembrano diventare più morbide, aperte ad accogliere in un abbraccio il piccolo Joseph.

Benedetta Pini e Fosca Raia

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