Voto

5

A distanza di undici anni dal documentario premio Oscar Una scomoda verità, Al Gore torna come soggetto della macchina da presa per spiegare in che modo l’arte stia affrontando il tema di riscaldamento globale e quali passi in avanti (o indietro) siano stati fatti dopo l’uscita, nel 2006, del “film più terrificante che abbiate mai visto” (così recitava la tagline di Una scomoda verità).

Il documentario appare però a tratti sconnesso, e risulta essere niente di più che un film su “Al Gore che fa cose”: in Groenlandia a vedere lo sciogliersi in diretta di un ghiacciaio, in mezzo alla gente di uno sperduto paesino statunitense a fare proseliti e addirittura in metropolitana (come se fosse una persona normale) per rappresentare il modello dell’ecologista. Al Gore le escogita proprio tutte pur di salvare il mondo.

D’altro canto, tuttavia, il film porta a riflettere, e i dati che fa emergere non possono lasciare lo spettatore impassibile. Se da una parte il clima di sconforto e di rassegnazione sulle sorti del nostro pianeta la fa da padrone durante la maggior parte del film, dall’altro elementi come il fatto che nel 2016 sia stato raggiunto il picco storico negli investimenti in energie rinnovabili fanno comunque in modo che Al Gore possa andare in giro a proiettare slide e sensibilizzare più persone possibili sul tema, sempre col sorriso sulle labbra.

E forse è proprio qui che sta il problema. Si tratta di un film Al Gore-centrico, che pur partendo coi migliori presupposti e concentrando tutte le attenzioni sulla vita e le opere del premio Nobel per la Pace 2007, rischia di far passare in secondo piano quello che è il tema fondamentale del film: la sopravvivenza del nostro pianeta.

Andrea Mauri

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