Voto

8

Che cosa ne è stato dell’American Dream? Sean Baker prova a stanarlo indagando l’America suburbana, quell’America degradata della periferia di Orlando, Florida accuratamente tenuta nascosta sotto lo sfavillio della “great” America di Disneyland. A due passi dal parco di divertimenti più famoso al mondo, pullula l’altra faccia dell’American Dream: il Magic Castle Hotel, un microcosmo in cui arranca chi ne è rimasto escluso, sopravvivendo con le poche briciole che sbadatamente lascia cadere chi, invece, ha capito come cavalcare l’onda.

Sono i cosìddetti hidden homeless, classificati come provisionally accomodate: scarto della crisi economica del 2008, vivono giorno per giorno tra lavoretti, furtarelli, prestazioni occasionali, e piccoli business improvvisati. Ma nessuno, o quasi, li vede, nascosti come sono dalle luci abbaglianti delle promesse del capitalismo, tanto grandiose quanto vuote. Baker sceglie di indagare gli strati più bassi del tessuto sociale americano contemporaneo, questo “nuovo proletariato” marginale e marginalizzato, attraverso il filtro di uno sguardo infantile e spensierato.

Un filtro che costringe la macchina da presa a muoversi ad altezza di bambino e pedinare i suoi piccoli protagonisti, capitanati dall’impertinente Monee (Brooklyn Prince), seguendone i ritmi, gli umori, la spensieratezza, i dispiaceri, le ingenuità e la rabbia, tanta, che non riesce a trovare sfogo. Un filtro che si concretizza in una messa in scena dai fiabeschi colori pastello, dominati da un lilla che buca lo schermo con la sua valenza sognante e permane negli occhi dello spettatore anche dopo i titoli di coda, lasciandolo con una tragica sensazione dolceamara. Sono quei “bambini sperduti” che tanto invidiavamo quando eravamo piccoli, senza genitori rompiscatole e senza regole: tremendamente liberi, abbandonati a loro stessi.

Perno attorno a cui ruotano le vite senza meta dei protagonisti, grandi e piccini, è Bobby (Willem Dafoe), il tuttofare del motel in cui si trovano Halley (Bria Vinaite), sua figlia Monee e i suoi amichetti. Ed è lui il demiurgo della dialettica tra i due elementi di questo sistema che è la società americana: mentre cerca di impedire che le vite di chi abita il Magic Castle Hotel sprofondino nel baratro, cerca di essere il punto di intersezioni tra due insiemi incapaci di comunicare, tra il non-luogo di passaggio tutto lilla e lo sfarzo che, da lì, si riesce appena a intravedere.

Se lo sguardo di Baker non si alza mai a giudicare né loro né i loro genitori assenti, in balia di una vita che li sta divorando inesorabilmente senza lasciargli spazio per reagire, è lo spettatore che, memore di Peter Pan, non può fare a meno di desiderare per loro una protezione, uno schermo che edulcori i dolori della vita. In assenza di questo scudo, i piccoli protagonisti sono costretti ad auto-proteggersi dalle sofferenze della loro vita con la forza dell’immaginazione e della fantasia.

E così emerge improvviso il senso del film: il valore salvifico del gioco e della spensieratezza. Una magica chiave di lettura per riuscire a metabolizzare ciò che la vita ci costringe ad affrontare e che, altrimenti, sarebbe insostenibile.

Benedetta Pini

Potrebbero interessarti: