1. Benvenuti a Twin Peaks, ma non solo…

David Lynch e Mark Frost hanno creato con le prime due stagioni un microcosmo compatto, giocato sulla dimensione ristretta di una cittadina di cinquantamila abitanti sconvolta dall’assassinio di Laura Palmer, solo in apparenza un efferato crimine perpetrato tra le pieghe periferiche degli Stati Uniti. Ora gli spettatori si sono dovuti immergere nella nuova realtà de Il ritorno, un caleidoscopio di traiettorie narrative che prende le mosse dagli avvenimenti occorsi nella dimensione in cui è stato incantenato l’agente Cooper per ben venticinque anni (la famosa Loggia Nera). L’attacco di questa nuova stagione è stato traumatico, complice l’inserimento di una fitta rete di nuovi personaggi situati a grandi distanze geografiche e temporali, da New York City a Las Vegas, senza dimenticare Buckhorne South Dakota, in nome di un ampliamento ipertrofico dell’intreccio. Le aspettative di chi sperava in una sorta di disseppellimento nostalgico della serie sono state disattese: il paese dei monti gemelli si è integrato in una maniera distorta e straordinaria al nuovo conglomerato di personaggi, luoghi e trame, espandendo l’universo metafisico in cui sono distribuite le Logge e la waiting room (o Red Room).

2. Una sinfonia

Il ritorno vanta un ritmo di narrazione unico nel suo genere. L’onnipresente Kyle MacLachlan, superbo nell’interpretazione trivalente di Coop, bad Coop e Dougie, è l’unico punto fermo attorno al quale ruotano molteplici dimensioni narrative che girano a velocità differenziate, di volta in volta stravolte per lasciare spazio a una nuova faccia del dado. Un cammino sinfonico che indugia su particolari solo in apparenza superflui: le gaffe e gli esilaranti equivoci dell’ipoudente agente Gordon Cole, le sequenze oniriche, le criptiche telefonate della Signora Ceppo, le stralunate vicende di vita di Dougie, personaggio che concede momenti di divertente ironia, e l’interminabile viaggio di bad Cooper lungo strade buie e inquietanti sono solo una parte della colossale architettura strumentale eretta da Lynch, di ciò che rende Twin Peaks un’indecifrabile opera d’arte, pura poesia cinematografica.

3. Bang Bang Bar

Grande appassionato di musica nonché musicista, Lynch ha affidato la conclusione di (quasi) ogni episodio a diversi artisti lontani dalla scena mainstream, passando da progetti synth-pop e dreamy (in primis l’etereo trio femminile Au Revoire Simone, ma anche i Chromatics) al sound più deciso del blues graffiato dei Trouble e del folk dei The Cactus Blossoms, fino all’aggressività industrial metal dei Nine Inch Nails. Ma l’esibizione davvero indimenticabile è quella di Lissie (quattordicesima puntata), definita un’artista incredibile dallo stesso Lynch. Momento nostalgico Just You, ri-suonata da James a 25 anni da quella volta in cui l’aveva registrata insieme a Maddie e Donna, e l’esibizione da brividi di Audrey. Ma il volume va tenuto sempre alto durante Twin Peaks: situazioni apparentemente normali celano oscurità e inquietudine, segnalate magistralmente da Lynch con un uso aberrante dei bassi, che fa contorcere lo stomaco dello spettatore consapevole che quei suoni non portano mai nulla di piacevole…

4. Una chiusura, un nuovo inizio

I due episodi finali, usciti in simultanea trasgredendo la cadenza settimanale, sono indissolubilmente legati e formano una coppia oppositiva, raccolta in una chiusa pirotecnica e (davvero) unica. A scontrarsi sono due possibili finali cromaticamente agli antipodi, ma la logica del paradosso che regola la serie permette loro di integrarsi e creare una connessione sui generis. Con un ritmo scandito e mozzafiato, si raggiunge un primo climax nell’avvincente resa dei conti tra Cooper e bad Cooper, ovvero tra Cooper e Bob, Bene e Male, Es e Super-Io. Ma un salto indietro nel tempo rimette tutto in discussione. L’incedere narrativo si distende in una serie di sequenze rarefatte, dilatate dai frequenti rallentamenti della storyline, che invano cercano di mantenere a galla lo spettatore mentre assiste a una progressiva distorsione e moltiplicazione dei piani spaziotemporali (“Che anno è?”) e a un’alterazione delle vicende che poco meno di trent’anni fa avevano fornito le basi della serie. Il Male (Judy/Bob/bad Cooper) si può davvero distruggere o non è che un’entità multiforme capace di rigenerarsi all’infinito in una molteplicità di universi che si oppongono continuamente al Bene (salvare Laura Palmer)? Un finale bifido che rimane aperto, privo di una spiegazione univoca, ed esalta la straordinaria capacità di Twin Peaks di mostrare, unire e dividere allo stesso tempo concetti opposti, in una continua dinamica di geminazione e fusione: bene e male, vita e morte, passato e futuro, sogno e realtà.

5. Frustrazione PECMA e divorzio dal mainstream

The return porta alle massime conseguenze la componente autoriale di Lynch come descritta da Torben Grodal. Se il nostro cervello è programmato per decodificare mondi riconoscibili, realistici e disponibili all’azione, Lynch blocca nello spettatore proprio questo meccanismo, dal momento che mostra mondi simbolici, metafisici e non narrativi, privi di possibilità d’azione; universi mentali che parlano di valori eterni, come se ciò che si vede sullo schermo fosse il rappresentante di una categoria più ampia. Si attiva così una relazione spettatore/immagine basata sulla metafora, su reti di associazioni liriche che girano a vuoto, coinvolgendo esclusivamente l’interiorità mentale dello spettatore, preda di un’emozione disincarnata e satura dalla valenza edonica negativa o perturbante. Lo spettatore è intrappolato in questa sensazione di significanza profonda che non può essere sfogata tramite un’azione finalizzata, e si barcamena invano nel tentativo di trovare significati a vicende e immagini che resistono imperturbabili a una definizione. Si tratta di un circolo reso ulteriormente vizioso dalla messa in scena lynchiana: l’uso di uno stile eccessivo e pregnante trasmette l’impressione che un fenomeno sia particolarmente significativo, e ciò stimola la ricerca di significato da parte dello spettatore. È dunque inutile lanciarsi in decifrazioni dell’universo di Twin Peaks: l’approccio epistemologico di Lynch è votato all’incertezza, all’ambiguo e all’effimero, in nome di uno scetticismo totalizzante verso una rappresentazione oggettiva del mondo.

Ambrogio Arienti e Benedetta Pini

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