Voto

10

Idea geniale, fotografia eccezionale, regia ineccepibile (con debiti evidenti verso Bunuel), cast letteralmente stellare. Amore, relazioni di coppia e totalitarismi.

Lo sguardo stralunato di The Lobster, enfatizzato da una voice over in stile Wes Anderson e da una colonna sonora surreale, vuole denunciare il problema fondamentale della nostra società contemporanea: il bisogno impellente di incasellare e definire qualsiasi cosa, persona, sentimento, comportamento e pensiero. Niente vie di mezzo: tutto è bianco o nero, anche la sola possibilità del grigio non è ammessa. Ci si sente definiti e “al proprio posto” solo in quanto appartenenti a un determinato gruppo, bianco o nero che sia. L’individualità non è contemplata per l’uomo, destinato inevitabilmente a un’egoistica e solipsistica “invisibilità di massa”.

Una guerra in un futuro fantascientifico distopico porterà allo scontro tra un totalitarismo “delle coppie” e una Resistenza “della singletudine”. Ma tra le due parti non c’è molta differenza: l’ossessione per regole, obblighi, divieti, controlli e categorie vicendevolmente contraddittorie rimane una costante. Lo spettatore si trova spaesato, esattamente come i protagonisti, incapace di capire dove sia la libertà, dove sia la felicità, dove sia l’amore. E Lanthimos dà la sua risposta profondamente pessimista: da nessuna parte. Cos’è, quindi, l’Amore? Il regista non lo sa e non ha intenzione di dirlo – suscitando molte critiche non condivisibili –; sicuramente non è ciò in cui la società spinge a credere, rendendoci vittime psicologiche dell’angoscia di una compatibilità forzata e di un iter prestabilito da seguire.

Un film drammatico? Per niente. L’umorismo noir e grottesco di Lanthimos porta a trattenere a stento le risate, supportato da una demenzialità distorta e paradossalmente seria, da un’ironia sottile ma non complessa.

Benedetta Pini

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