1. Blessed be the fruit…

The Handmaid’s Tale, serie tratta dal romanzo omonimo di Margaret Artwoord e diretta da Bruce Miller, si svolge all’interno di uno strabiliante futuro prossimo e distopico: delle catastrofi non specificate hanno reso sterile la stragrande maggioranza degli esseri umani e gli Stati Uniti sono caduti preda di una congiura ordita da una cellula terroristica iper religiosa, tornando a una società di stampo ottocentesco e antifemminista. Gli eventi sono raccontati, come avverte l’icastico titolo, da una “Ancella”, ossia una delle poche donne rimaste fertili, trattate alla stregua di macchine da incubazione e riservate ai “Comandanti,” i nuovi padroni degli USA.

2. …May the Lord open

La società della nuova confederazione americana osserva rigorosamente una scala sociale legata allo strapotere della classe dominante, guidata dai Comandanti e dalle rispettive Mogli, impotenti di fatto anche a livello sociale e giuridico. Segue la netta divisione tra le Marta, domestiche osservanti del culto, e le Ancelle, prigioniere dei potenti nonché risorsa fondamentale. Questa rigida società è sottoposta al controllo di un silenzioso organo statale repressivo, che esercita il suo potere coercitivo attraverso gendarmi disseminati per le città e il gruppo degli Occhi, individui incaricati di eliminare ogni minaccia al potere centrale. Ognuno ha il proprio impiego ed è controllato ossessivamente, ma la pertinacia di June/Offred (Elisabeth Moss) agisce come un grimaldello sulla rigidità del nuovo ordine, creando delle scintille che metteranno in subbuglio persino uno degli Occhi.

3. La storia di June, ma non solo

Il racconto è inizialmente narrato attraverso gli occhi di June/Offred. Ogni informazione viene filtrata dalla sua mente e la sua voce presenta passo passo le regole del gioco distopico dell’universo finzionale. La serie di flashback sulla sua vita rende ancora più stridente il contrasto tra ciò che il mondo era prima e ciò che è diventato con il colpo di stato: il gioco funziona per le prime puntate, ma si fa progressivamente sterile – a volte rompe la catena degli eventi proprio quando la narrazione sta per prendere il volo e travolgere lo spettatore. A dare una boccata d’aria fresca e salvare questa strategia analettica accorre lo spostamento di fuoco su Mrs. Waterford (Yvonne Strahovski) prima, capace di gettare nuova luce sulla coppia che possiede Offred, e su Nick poi: attraverso questi stralci di passato il nuovo mondo acquista colore e le strategie narrative si fanno meno farraginose e ripetitive.

4. Un lento racconto

The Handmaid’s Tale sviluppa un’idea degna di attenzione e imposta la regia su un registro intimistico, espresso attraverso abbondanti primi e primissimi piani che colgono i più piccoli movimenti mimici dei personaggi e incastonano i loro sguardi tragici, di volta in volta votati allo sconforto o alla speranza. Se qualcosa si può imputare a un prodotto così ben costruito è la lentezza di alcune sequenze, che rischiano di spegnere l’entusiasmo dello spettatore, specie all’interno di una cornice seriale. Ma si tratta di un ritmo strettamente legato alla sceneggiatura, che incede lento e solenne: i momenti rituali, vero e proprio nucleo della forza estetica della serie, assumono così una forza maggiore, imprimendo nell’occhio dello spettatore alcune immagini difficili da dimenticare.

5. Ognuno ha il suo ruolo

La logica di costruzione dei personaggi li guida lentamente verso un’evoluzione che li allontana dal loro iniziale ruolo di figurine. Un esempio lampante è la fredda e rancorosa Mrs. Waterford, il cui carattere, in un primo momento monolitico (tanto da imporle delle battute ricorrenti come il sempreverde “Do you understand?”, inflessibile ritornello che tormenta June/Offred), si fa più sfaccettato man mano che le sue ossessioni si dispiegano e sviluppano. Una simile evoluzione interessa anche Mr. Waterford, Martha (Laura Wilson), Nick (Max Minchella) e persino la terribile zia Lydia (Ann Dowd). Insomma, The Handmaid’s Tale sembra quasi voler raccontare, ed è un pregio non da poco, che persino in una società repressiva e cieca la soggettività non può essere messa a tacere.

Ambrogio Arienti

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