Voto

6.5

Presentato in concorso alla scorsa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Suburbicon è il risultato di un rimaneggiamento per mano del divo George Clooney di una sceneggiatura dei fratelli Coen rimasta chiusa in un cassetto per trent’anni.

I congegni narrativi sono inconfondibilmente coeniani: l’inettitudine vigliacca del protagonista (un impacciato Matt Damon), la spirale di violenza e brutalità tragicomica pronta a macchiare la patina lucente dei sobborghi americani (qui ricondotti indietro nel tempo attraverso un incantevole setting anni Cinquanta), il sapore grottesco di gesti e situazioni ormai topici. Dov’è, dunque, la mano di Clooney? Considerando la vena storico-politica già emersa in Good Night, and Good Luck. (2005) e ne Le idi di marzo (2011), è rintracciabile nel segmento narrativo dedicato all’esplosione razzista degli abitanti di Suburbicon ai danni di una famiglia afroamericana appena trasferitasi in città, intramezzata piuttosto maldestramente alle vicende principali.

La critica di stampo sociale e ideologico alla ferocia ipocrita e senza senso rivolta ai nuovi arrivati mal si combina con il registro ironico e sferzante del segmento coeniano, disperdendo notevolmente il ritmo serrato e brillante di quest’ultimo. L’effetto finale è quello di un fastidioso stridore tra due prodotti diversi tanto nei contenuti quanto nello stile. Tuttavia, le spassose interpretazioni di Julianne Moore e Oscar Isaacs e le trovate sempre argute della mano (mani) dei Coen l’hanno vinta, tanto da strappare abbondanti risate anche all’impettito pubblico festivaliero.

Giorgia Maestri

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