Voto

7

La difficoltà nel descrivere una realtà sociale è direttamente proporzionale a quanto la realtà stessa è delicata e precaria. Questo il proposito di Striplife – Gaza in a Day, pellicola che si colloca sulla linea di confine tra il film-documentario e il fotoreportage: viene riportata agli occhi dello spettatore una singola giornata all’interno della striscia di Gaza nel 2013.

L’episodio iniziale ha del surreale: letteralmente un branco di mante si è inspiegabilmente arenato sulla spiaggia e un gran numero di pescatori si contende l’inaspettato dono che il mare ha generosamente concesso. Carne fresca che alle volte, uscendo con le loro barche, non hanno la certezza di poter riportare a casa: non è insolito, infatti, che i pescatori vengano uccisi in mare da militari israeliani. Subito emerge il contrasto tra la terribile realtà che aliena un popolo da un lato e un piccolo evento dall’altro, quasi insignificante e accidentale, che ha però la rara capacità di caricarsi di un po’ di ottimismo. Viene ringraziato Dio per questo.

gazaLa testimonianza del collettivo di filmmaker italiani Teleimmagini si snoda per tutto il decorrere di una giornata all’interno di questo contesto: vengono seguiti i movimenti di Noor, giovanissima speaker di una TV locale, che ci ricorda che l’80% della popolazione vive grazie agli aiuti umanitari; ci viene presentata la figura di Moemen, che nel 2008 perse gli arti inferiori durante un bombardamento israeliano e che tutt’ora, con la tacita energia e dignità che distinguono la pellicola stessa, continua a documentare la realtà all’interno della Striscia; incontriamo Fatima, una giovane donna appartenente a una tribù di pastori nomadi, ora bloccata all’interno della Strisca, al confine con l’Egitto; e poi Jabar, che nel villaggio di Khouza, vicino al confine israeliano, semina ogni anno senza la certezza del raccolto, convivendo con il rumore di un perenne e angosciante sottofondo di bombardamenti e spari; e anche i giovani del Gaza Parkour Team, che si allenano dove possono, tra rovine e macerie di edifici, mentre sullo sfondo si alzano cortine di fumo causate dagli onnipresenti ordigni pronti a essere innescati; e infine Antar, giovane capofamiglia costretto a prendersi cura dei fratelli dopo la morte dei genitori e che coltiva, con alcuni amici, la passione per il rap, attività che il governo non consente di svolgere in pubblico.

La giornata prosegue, e si chiude con una Gaza che si sta addormentando, al termine dell’ennesima giornata. Nel silenzio, la notte sembra suggerire una tregua effimera, insicura, pronta a mettere in discussione tutto alla prossima alba, che lo spettatore però non può vedere – e probabilmente neanche capire – ma solo immaginare.

L’assenza di dialoghi premeditati dà l’idea di un’opera il cui carattere fondamentale è l’essenzialità: l’obiettivo è riportare una realtà angosciante nella sua condizione precaria, di ciclica insensatezza e disastrosa alienazione. Alienazione che non coinvolge direttamente lo spettatore, ma che quest’ultimo può cogliere, riflettendo sulla propria condizione, così diversa e incompatibile con quella oggettivamente descritta dai registi.

La pellicola non è il solito film che si propone di romanzare una situazione, né di proporre una soluzione a un problema: non ha fini moraleggianti, non è un grido disperato nei confronti di un contesto al quale questo binomio si adatterebbe perfettamente. L’impersonalità dell’opera è ciò che fa di essa un lavoro di notevole profondità. Non svelandosi, la regia è in grado di mettere a nudo il vero soggetto della rappresentazione: risulta essere un film al di sopra della finta retorica da reportage televisivo e dell’indole moraleggiante tipica di registi che si cimentano nella descrizione di contesti di tal genere.

Andrea Passoni

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