Voto

7

La tecnica del flusso di coscienza ha progressivamente trasformato Terrence Malick in una sorta di alter ego cinematografico di Joyce: ampio uso della voce fuori campo, dialoghi frammentati, insistenza sulla metafora e sul non-detto, dolly vorticosi e concitata camera a mano che stringe sui volti dei personaggi quasi a voler scavare nel profondo della loro intimità, della loro anima.

A partire da The Three of Life, l’inconfondibile stile di Malick si è reso sempre più puro, consolidandosi nella sua astrazione emotiva e allontanandosi sempre di più da un’approfondita caratterizzazione dei personaggi e da una sceneggiatura lineare. Se fino a Knight of Cups il regista statunitense aveva ancora qualcosa di nuovo da dire, con Song to Song finisce per ripetersi uguale a se stesso. Ancora una volta la crisi esistenziale di una protagonista (Rooney Mara) travolta dal turbinio dei propri sentimenti e tormentata da un passato colmo di errori che non riesce a perdonarsi. Ancora una volta relazioni amorose che si formano, si spezzano, si tradiscono e si aprono a nuovi legami. Ancora una volta l’angoscia esistenziale squisitamente contemporanea, dipinta sullo schermo con un gesto privo di mediazioni e meditazioni. Unico guizzo di novità rispetto alla filmografia del regista è la rappresentazione claustrofobica e al contempo seduttiva del dietro le quinte del mondo dello spettacolo, con tutti gli squallidi compromessi a cui questo mondo chiede di sottostare; argomento che il cinema affronta sin dalle sue origini.

Emozionante e travolgente per gli amanti spassionati della poetica dell’autore, complice una colonna sonora ricercata che si accosta sinuosa al film senza mai sovrastarlo né soccombervi (con le comparsate di Iggy Pop e Patti Smith, Lykke Li, Neon Indian, Arcade Fire, Iron & Wine e John Lydon), Song to Song non racconta però niente di cui Malick non abbia già parlato in precedenza, e con una più acuta profondità.

Benedetta Pini

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