Voto

5

I luoghi esotici, lontani e per questo tanto agognati dai romantici, sono forse i più adatti per trascorrere il tempo rimasto a un gruppo di inglesi in pensione, che vengono avvolti nella pittoresca atmosfera indiana, costante sottofondo che diventa protagonista soltanto in occasione di due pompose feste. La cultura anglosassone, incarnata dall’umorismo pungente della co-protagonista Muriel Donnelly – interpretata dalla sempre piacevole Maggie Smith – e gli intrighi amorosi tra questi tenaci anziani ancora attaccati alle passioni della vita, si intrecciano sotto i nostri occhi con una lentezza tediosa. Il timore di un nuovo inizio non risparmia nemmeno chi nella vita ne ha già passati tanti, e il repentino tentativo di scappare – modus operandi tipico di chi ha paura – diventa sintomo della tragicomica inconsapevolezza del poco tempo rimasto. Ed è esattamente questo fantomatico “tempo” il centro focale attorno al quale gravitano l’esile trama e lo svolgersi delle complicate – o complessate – relazioni tra i protagonisti.

Ritorno al Marigold Hotel si configura come il classico sequel in perfetta continuità con la pellicola che lo precedeMarigold Hotel, appunto –, di cui conserva ambientazione e personaggi, ma con una novità: la piatta entrata in scena di Richard Gere nei panni di un fascinoso scrittore. Questo elemento aggiuntivo, unito allo sviluppo di una trama originale, conferisce una totale autonomia alla pellicola, permettendo anche agli spettatori meno preparati di assaporarla in pieno e persino di rimanerne soddisfatti.
Tuttavia, quello a cui assistiamo è un intreccio che si ingarbuglia e crea confusione: lascia in sospeso diverse delle ragioni che spingono i personaggi a prendere determinate scelte e non approfondisce nessuna delle storie inscenate, alle quali però viene data la stessa importanza.
Il risultato è un film insipido, soltanto “carino” e nulla di più, che non spicca per fantasia o ricchezza contenutistica, ma lascia lo spettatore insoddisfatto e in balia della costante impressione che alla pellicola manchi senz’altro qualcosa.

Federica Romanò

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