Voto

7

Nel cinema degli anni ’70 in cui il cittadino si ribellava alle costrizioni della società e la strada pullulava di giustizieri della notte, anche le donne non esitavano a imbracciare le armi per vendicarsi dei torti subiti. Nasceva così un genere brutale e diretto: il rape and revenge movie, che dopo L’ultima casa a sinistra (W. Craven, 1972) e Non violentate Jennifer (M. Zarchi, 1978) trova in Revenge la sua più recente incarnazione, nonché la prima in cui a scrivere e dirigere il film è proprio una donna.

Coralie Fargeat mantiene le semplici premesse del genere, ma tratteggia la sua storia di violenza con tinte pop, immergendo il racconto in una fotografia satura fino all’eccesso. Laddove i suoi predecessori si servivano di mezzi espressivi ridotti all’osso, la regista francese si sbizzarrisce con piani sequenza, spettacolari campi lunghi sul deserto e un montaggio frenetico (da lei stessa curato) che spicca nelle sequenze oniriche e allucinatorie, ben supportato dall’incalzante colonna sonora elettronica.

E se la sceneggiatura manca di raffinatezza, scivolando verso soluzioni narrative e dialoghi degni di un B movie, la caratterizzazione della protagonista è complessa e sottile, complice un’ottima Matilda Lutz (nei panni di Jennifer), capace di trasformarsi da leziosa Lolita a letale Lara Croft senza perdere di credibilità. Il modo in cui Fargeat ritrae la protagonista riesce a dare vita a un denso sottotesto politico: le inquadrature insistite sulle grazie della Lutz restituiscono un corpo oggetto di sguardi e desideri, privo di una propria volontà e di una propria voce, tanto da non pronunciare una sola battuta per più di tre quarti della pellicola.

Ecco allora che l’arco narrativo di Revenge diviene quello di una presa di coscienza, diviene il grido di una femminilità pronta a conquistare un ruolo centrale, divenendo la vera protagonista della propria storia. Lo sguardo in macchina con cui il film si chiude sancisce il passaggio di oggetto a soggetto di Jennifer, finalmente capace di sostenere e sfidare quel gaze che per troppo tempo l’ha assoggettata.

Francesco Cirica

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