Voto

8

A quasi venticinque anni da Illmatic e sei dall’ultimo progetto discografico Life is GoodNas torna in studio con Nasir, album prodotto e concepito insieme a Kanye West. Il rapper di Atlanta si trova di fronte al compito di creare un’impalcatura sonora completamente differente rispetto ai canoni del genere – che lo avevano guidato nella produzione degli album di Pusha T e Kid Cudi  –, così da far esplodere il boom bap anni Novanta di Nas in tutta la sua potenza, accostandolo a strumentali meno grezze delle solite e più vicine alle ambientazioni oniriche di Ye.

Un do ut des che per certi versi ricorda molto quello tra Jay Z e Kanye West che portò alla nascita di Watch The Throne: lo stile di Nas e quello di West convivono liberamente senza pestarsi i piedi a vicenda, permettendo alle tracce di scorrere una dopo l’altra mentre sbattono in faccia all’ascoltatore temi come la schiavitù, l’ineguaglianza razziale e gli abusi della polizia nei confronti della comunità afroamericana. Nas è un fiume in piena, uno storyteller feroce e bulimico che si spinge fino a paragonarsi a Shakespeare. Le sue figure retoriche e le sue immagini evocative offrono uno spaccato fedele degli ultimi quarant’anni di America; un’America violenta che inizia con le parole di Richard Pryor (Cops Shot The Kid) e arriva fino ai fantasmi della gioventù esorcizzati solo in parte da Nas (everything).

Unico, minuscolo neo la lunghezza (oltre 20 minuti complessivi, ormai marchio di fabbrica degli ultimi album prodotti da West), che toglie in parte incisività a lavoro che, per testi, tematiche e nomi coinvolti, meritava di essere invece sviluppato nel modo più pregnante possibile.

Matteo Squillace

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