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“It doesn’t necessarily mean miseducation like I didn’t do well in school – as I did do good in school – but it has a lot to do with finding out about your own aspirations and your own dreams, and not those dreams and those aspirations that some might have for you. It’s about movement and growth and inspiration.” Con questo disco il suo sogno è diventato realtà: Miglior artista esordiente ai Grammy del 1999, la Hill si è aggiudicata anche il premio per il Miglior album dell’anno, vincendo un totale di 5 statuette (prima donna a stabilire questo record).

La “miseducazione” di Lauryn Hill si può definire totale: sonorità, testi e generi vengono fusi e confusi tra loro in modo scorrevole e bilanciato. Il rap e la graffiante voce della Hill si alternano piacevolmente, passando da tematiche sociali di ispirazione reggae, o meglio rastafariana (l’interpretazione della Concrete Jungle di Marley in Forgive Them Father), a riferimenti biblici accompagnati da sonorità gospel, passando attraverso citazioni dei The Doors (Light My Fire) e duetti con Mary J. Blige e D’Angelo.

Il calibro di Lauryn Hill è alto tanto sul piano artistico quanto su quello personale. A segnare la sua vita un affetto travagliato – quello con il collega Wyclef Jean dei Fugees –, che si trasformerà in amore puro e incondizionato con la nascita del primogenito Zion, di cui la Hill racconta sulle note di Santana (Zion): “Everybody told me to be smart / Look at your career they said / Lauryn, baby use your head / But instead I chose to use my heart / Now the joy of my world is in Zion / … / I’ve never been in love like this before.”

Il filo rosso del disco è la lezione del poeta americano Ras J. Baraka, i cui insegnamenti vengono registrati e inseriti nell’album: “Teacher: Alright people, I’m gonna write something on the board. Let’s spell it. First letter / Class: L, O, V, E”. Un disco d’amore fatto con amore.

E soltanto quel disco – da subito un classico – è bastato alla Hill per diventare l’acclamata regina del suo genere. Seguirà il ritiro a vita privata, senza mai dimenticare la sua città, le sue origini e sua madre che “always thought she’d be a star” (Every Ghetto, Every City).

Anna Laura Tiberini

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