La sensualità è un superbo condimento che – in un contesto musicale – trae vantaggio dall’abbinamento coi gusti più diversi: si sposa bene alla spregiudicatezza predatoria assunta talvolta dalle voci di Debbie Harry dei Blondie e di Shirley Manson dei Garbage, si fonde piacevolmente tanto col controllatissimo pathos di David Sylvian quanto con l’acrobatismo pazzoide di Prince, va a nozze anche con la disperazione tutta singhiozzi di Brett Anderson e a volte persino con l’esuberanza stregonesca di Siouxsie Sioux.

Nel caso di Kate Bush, la sensualità si accompagna a una fantasia vertiginosa, assecondata dalla sua voce, una brezza imprendibile e imprevedibile che risucchia l’ascoltatore.
The Sensual World, uscito il 16 ottobre del 1989, rappresenta la gloriosa cementificazione del binomio sensualità-fantasia, ed è diviso equamente tra brani in cui una componente si gonfia e ingloba l’altra senza mai soffocarla. Le sonorità sono in apparenza rarefatte, ma la loro costruzione è particolareggiata in maniera inverosimile, il che è doveroso, visto e considerato che i credits dell’album sono un diluvio di grandi nomi (apparizioni da guest stars toccano a David Gilmour con la sua chitarra e a Mick Karn col suo basso, mentre gli arrangiamenti orchestrali sono curati da Michael Kamen e quelli d’archi da Michael Nyman).

Ogni brano è un ecosistema di voci e suoni che, strisciando impercettibilmente, avvolgono e spezzano la linearità anche delle tracce inizialmente più stolide, come la title-track moderatamente voluttuosa, Deeper Understanding deliziosamente tiepida, Never Be Mine in cui un basso lunare si muove inebetito tra i belati commossi di Kate e, ultima ma non ultima, The Fog in cui gli archi – subdole eminenze grige – fanno il bello e il cattivo tempo.
Per quanto manchi,  nell’album, un trionfo d’orecchiabilità come l’estenuante Running Up That Hill, c’è Love and Anger che non è affatto da sottovalutare, col suo ritornello accattivante in cui la perfida Kate, sempre di corsa, si diverte a seminare i suoi emuli meno svelti di lingua.
Ma le vette di The Sensual World sono forse i suoi momenti più eccentrici, come Between A Man and A Woman, che alterna momenti traumatici di esuberanza vocale con stati di parziale trance, o la minacciosa e sconcertante Heads We’re Dancing, con un intreccio sonoro che a tratti lascia senza appigli l’ascoltatore, il quale precipita sotto i piedi di Kate e del suo marziale partner di ballo (che risponde al nome di Adolf Hitler!).
Parlando di eccentricità, il pezzo più imbattibile della tracklist è l’indescrivibile Rocket’s Tail, il cui esordio lascia perplessi perché veramente non sembra andare da nessuna parte, con la Bush incastrata tra gli interventi monotoni del Trio Bulgarka. Ma finalmente una schitarrata ruvida e risolutiva dà la stura a un crescendo dionisiaco che si inerpica su vette di pazzia.
Quando Rocket’s Tail si disgrega all’apice del furore, gli subentra il singolone This Woman’s Work, che cattura l’ascoltatore con il suo percorso delicatamente arzigogolato: a un inizio incerto, fragile e accidentato segue un’espansione vocale liberatoria in cui Kate si toglie ancora una volta la sordina dall’ugola e dà vita a una delle molteplici esplosioni liriche inconsulte che punteggiano l’album nei punti più insospettabili.
La conclusiva Walk Straight Down the Middle è un movimentato riassunto di ciò che è accaduto: cori fatati, momenti di estasi, sussurri e grida, ansimi e frulli, strascichi di piatti e bassi nitidissimi.

Troppa grazia, Santa Kate!

Andrea Lohengrin Meroni

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