Il secondo album è sempre più difficile della carriera di un artista. Nel caso di Caparezza, si è concretizzato come un affronto nei confronti di una società, quella del 2003, che in campo artistico vede la disillusione della meritocrazia in favore di un ostentato favoreggiamento. Tematiche pregne di impegno socio-politico e colte citazioni letterarie sono la tela su cui l’artista Michele Salvemini dipinge Verità Supposte, summa dei dissidi che agitano l’individuo durante i primi anni del ventunesimo secolo.

Quattordici i brani che sviscerano il pensiero dell’artista pugliese in un ampio gioco di chiaro-scuri“Nessuna razza, io non sostengo nessuna razza vostra altezza” è l’epigrammatica considerazione di Caparezza nei confronti degli ideali razzisti, superbi e votati all’esaltazione di una supposta supremazia etnica, è l’inno che permea Nessuna Razza, un avanguardistico susseguirsi di elettronica e prosa in salsa rap. Un disco che dimostra la propria attualità, ancora valida a distanza di quattordici anni, con Giuda Me, dilettevole gioco di parole sulla costante condizione precaria del Mezzogiorno italiano condito da velati riferimenti ai politici di spicco dell’epoca. Differente l’approccio de L’Età Dei Figuranti, allegoria del sistema d’informazione televisivo, tutto giocato su un servilismo dilagante a discapito della qualità dei contenuti.

Simbolo di una generazione in decadenza, Caparezza si eleva a paladino della giustizia tramite una semplice, seppur tagliente, dialettica mirata alla sensibilizzazione della società verso l’atarassico disinteresse generale e un sound capace di precorrere i tempi.

Sabino Forte

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