Le chitarre miagolano come gatti in amore e le percussioni gongolano con placida eccitazione: sta per arrivare Bryan Ferry, con il suo occhio lupino puntato verso distese di voluttuose donzelle cotonate che snodano le polpose giunture al ritmo di una batteria puntuale e distinta come un maggiordomo di Buckingham Palace. Ammesso che i maggiordomi di Buckingham Palace incoraggino e coordinino atti osceni al rallentatore sulla pista da ballo.
Ecco, Bryan è giunto. Con il suo timbro ballonzolante da damerino, disegna vocalmente una successione di dune tra le quali si intravedono efebici figli di sceicchi e femminei pascià che intrattengono fanciulle sognatrici fuggite nel deserto per farsi rapire dai beduini. Bryan si presenta come un beduino un po’ mollaccione, ma sa il fatto suo meglio di molti colleghi più ruspanti.

Questa è l’atmosfera generale, dunque, ma quali sono le sue coordinate, si chiederanno lettori e lettrici che vogliano provare a loro volta l’esotica ebbrezza di farsi sequestrare da Bryan?
È presto detto: il luogo preposto per il rapimento è l’album Boys And Girls, uscito il 3 giugno del 1985. Si tratta del primo ep da solista rilasciato negli anni Ottanta da Bryan, che nel decennio precedente aveva sfornato cinque album di minor distinzione. In quest’occasione il furbastro ricicla la stessa grazia languida che aveva caratterizzato l’ultimo album dei Roxy Music, Avalon (1982), carezzevole come un ventaglio di piume scosso da un eunuco che in realtà non è affatto eunuco, ma un seduttore che studia a tavolino le sue strategie.

Boys And Girls non merita solo perché contiene il vendutissimo singolo Slave To Love, superiore ad ogni droga da stupro: ha anche, nel suo complesso, un fascino radioso e immune all’invecchiamento; Bryan giostra la tracklist con una godibile alternanza tra i succitati, morbidi deserti da cartolina e i panorami tenebrosi illuminati solo dalle lampeggianti schitarrate di David Gilmour e di altri figuranti di lusso (Nile Rodgers e Mark Knopfler, giusto per fare due nomi).

Alla categoria dei brani desertici appartengono i pezzi che costituiscono il cuore dell’album: la magnetica Windswept, ventilata dal sax di David Sanborn; la provocante Valentine, suonata a bordo di un cammello sculettante; e la più severa The Chosen One, che fa pensare a un Indiana Jones che si muova tra le sue avventure egizie indossando un impeccabile papillon.

Tra i brani notturni, invece, figurano exploit di misurato libertinismo come Sensation e Don’t Stop The Dance, ma anche la bella e crudele title-track.

Per concludere, Bryan Ferry si comporta qui come uno di quei bellimbusti rifiniti e manierosi che, nelle commedie romantiche, tentano di sottrarre la bella di turno al protagonista, scalcinato ma di più sani valori (un po’ come il Bryan dei primi anni Settanta). Tali bellimbusti possono ispirare diffidenza, possono sembrare fasulli e mentitori, ma c’è poco da fare: sanno manipolare la loro preda come creta, prima di cederla – piena di turbamenti erotici – al loro più genuino rivale.

Andrea Lohengrin Meroni

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