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Presentato durante la Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2015, vincendo il premio del pubblico, e candidato come Miglior film straniero agli Oscar dello stesso anno, Tanna approda finalmente in Italia lo scorso maggio, sebbene in pochissime sale. Il film attirò l’attenzione della stampa quando, durante la 72a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, i registi si presentarono insieme a cinque attori, ovvero cinque indigeni della tribù protagonista del film, in abiti tribali che contrastavano vistosamente con gli outfit dei loro colleghi.

I due registi australiani Martin Butler e Bentley Dean si sono cimentati per la prima volta in un film di finzione, ma sono rimasti strettamente ancorati alla loro formazione documentaristica: la vicenda del film ricalca una storia realmente accaduta nel 1987 e gli attori sono veri indigeni del villaggio di Yakel dell’isola di Tanna (arcipelago di Vanuatu nell’Oceano Pacifico meridionale), luogo in cui è stato interamente girato il film. Dunque assenza di attori professionisti e di scenografie. Per riuscire a dipingere con fedeltà e rispetto quel piccolo mondo indigeno, Butler e Dean si sono trasferiti sull’isola insieme alle loro famiglie per conoscere a fondo le loro tradizioni e introdurre la tribù al cinema per la prima volta. Dopo avergli spiegato che cosa fosse un film, dal momento che non ne avevano mai visto uno, e aver scelto gli attori, iniziarono a girare, ma le condizioni di vita degli indigeni comportarono non poche difficoltà alla produzione del film: assenza di elettricità, di acqua corrente e la polvere che danneggiava le cineprese furono solo alcuni dei problemi più grossi a cui Butler e Dean dovettero far fronte.

Una volta ultimata anche la fase di montaggio, i due registi mostrarono il film in anteprima alla tribù, che per l’entusiasmo gli donò in cambio una radice sacra di kava (pianta da cui si ricava una bevanda inebriante) e un pollo. La vicenda produttiva alle spalle del film lo rende già in partenza un prodotto curioso e originale. Durante la visione della pellicola sono infatti i dettagli a far emergere questa cura e raffinatezza poste alle fondamenta del lungometraggio. La recitazione naturale e ingenua, la fotografia capace di catturare scenografie naturali dal fascino magnetico e la rappresentazione accurata di norme e tradizioni che regolano la vita della tribù avvicina la poetica del film a quella di grandi Maestri come Herzog e Wenders. Gli indigeni non risultano infatti come dei fenomeni da baraccone da esibire al pubblico occidentale bramoso di esotismo, bensì come un popolo eletto a custodire una tradizione millenaria e al contempo guidato da una forma di non-civiltà così genuinamente umana da essere aperto a modificare le proprie rigide norme nel momento in cui si rivelano dannose e fini a se stesse.

È infatti su questo spunto che si articola la storia di Butler e Dean, intervenendo su una vicenda reale e trasformandola sulla falsa riga di Romeo e Giulietta. Wawa e Dain (nipote del capo della tribù) sono due giovani innamorati che non possono stare insieme a causa delle norme della tribù (il Kastom), che vietano i matrimoni per amore. Saranno così costretti a fuggire nella foresta per amarsi liberamente ed evitare il matrimonio tra Wawa e un ragazzo della tribù rivale, combinato al fine di sancire la pace tra i due gruppi. I due, però, incomberanno in molte difficoltà, conseguenza delle loro azioni contrarie al Kastom, e si troveranno di fronte a una difficile scelta di matrice epica: la loro felicità o la salvezza della tribù, il bene personale o il bene della comunità. Ma il loro gesto estremo si rivelerà ancora più salvifico di ciò che la tribù li invitava a fare per il bene della stessa.

Benedetta Pini

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