Due uomini. Apparentemente molto diversi, eppure in qualche modo simili: Guido (Claudio Santamaria) è un disoccupato solitario che non riesce a far fronte alle spese della casa e ai debiti; Franco (Marco Giallini) è un impiegato presso un’agenzia di recupero crediti, ha un ottimo stipendio, una bella famiglia e una posizione rispettabile.

Entrambi si sentono oppressi da torbidi pensieri da cui cercano un riparo: il primo affoga i suoi pensieri nel whisky del bar di fiducia, il secondo scioglie i suoi nodi alla gola andando a confessarsi in Chiesa. I due si incontrano per puro caso: quando Guido piomba in uno stato di crisi irreversibile si propone di lavorare gratis per i suoi stessi creditori, così da saldare i debiti, e sarà proprio Franco a ricevere l’incarico di formarlo all’interno dell’agenzia.

Sono loro due i protagonisti di Rimetti a noi i nostri debiti, primo film italiano distribuito da Netflix e diretto da Antonio Morabito. Senza formulare alcun giudizio morale, la pellicola prende in esame una realtà che si colloca su una sottile linea di confine tra ciò che viene considerato conforme alla società e ciò che invece non lo è, e si trova relegato ai suoi margini: quanto si è disposti a mettere in gioco per entrare nel sistema? L’integrità morale ha un prezzo? È proprio ciò che si chiede Guido, e lo capirà a sue spese. L’insegnamento principale del suo mentore Franco è fondamentale per un impiego delicato come quello di recuperare i crediti: separare sempre il lavoro dalla vita privata.

Costantemente al limite della legalità, il loro non è un lavoro come tutti gli altri: non è facile metabolizzare situazioni in cui i soldi sono stati ottenuti con minacce, ricatti e talvolta addirittura con le percosse. Nel frattempo Guido tenta di mantenere in vita gli unici due rapporti affettivi che ha: la relazione con Rina (Flonja Kodheli), la barista per la quale si è preso una cotta, e l’amicizia con “il professore” (Jerzy Stuhr), l’anziano vicino di casa rimasto vedovo. Ed è proprio quest’ultimo che elabora una strategia per rimanere nel sistema: portare dentro di sé il sistema stesso. È questo che dovrà fare Guido.

Il titolo metaforico della pellicola fornisce subito la chiave di lettura del film. L’espressione “rimetti a noi i nostri debiti”, con cui il credente chiede a Dio di essere assolto dai propri peccati, instaura fin dai primi minuti un parallelismo tra la vicenda di Guido e la sfera sacrale; parallelismo che ritorna anche in chiusura. Una struttura circolare rafforzata dalla colonna sonora, che nella prima scena accompagna con Everybody Loves You dei Cop Shoot Cop Franco, mentre fa jogging nel cimitero dietro casa, e anche alla fine del film, quando si trova in Chiesa e sta recitando il Padre Nostro.

Nelle sequenze che non hanno nulla a che vedere con l’ambito religioso, invece, la colonna sonora è composta proprio da quei brani che si è soliti sentire durante le funzioni religiose: è così che le inquadrature e i movimenti di macchina si fanno tragici e solenni mentre ritraggono i due protagonisti impegnati a “sporcarsi le mani”. Il parallelismo suggerito è immediato: il debito materiale contratto con le banche si intreccia a quello morale contratto con Dio e con la propria coscienza. In entrambi i casi è necessario trovare un modo per riscattare il debito, a ogni costo.

Giulia Crippa

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