Molte volte ci siamo soffermati sui film di Bernardo Bertolucci, molti sono stati gli articoli scritti sul regista emiliano e migliaia le parole spese nei confronti del suo modo di fare cinema. Tra i lavori di Bertolucci, sempre carichi di erotismo e spiritualità, c’è un’opera straordinaria che segna un momento essenziale non solo per la sua carriera registica, ma per la storia del cinema. Il film in questione è Novecento (1976), melodramma storico da 310 minuti che racconta la storia italiana dall’avvento del fascismo alla liberazione della penisola il 25 aprile 1945.  

Non è un caso che un’istituzione importante come la Cineteca di Bologna abbia voluto restaurare il film con la supervisione dello stesso Bertolucci, come a voler rispettare la sacralità dell’opera, che solo con la presenza del suo creatore avrebbe potuto prendere nuovamente vita. Per la produzione del film il regista si è affidato, oltre che a un cast attoriale molto ricco (Robert De Niro, Gérard Depardieu, Donald Sutherland, Alida Valli, solo per citarne alcuni), anche a una troupe di alto livello, nella quale spiccano il compositore Ennio Morricone e il direttore della fotografia Vittorio Storaro (entrambi pluripremiati a Oscar e Golden Globe). Bertolucci decise di iniziare le riprese di Novecento subito dopo il grande successo internazionale di Ultimo tango a Parigi (1972), ed è grazie al film precedente che ottiene il budget necessario a realizzare un grande film epico, senza limiti economici né artistici.

Il leitmotiv del film è esplicito sin dai titoli di testa, che si stagliano sullo sfondo del famoso dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo Il quarto stato. Ed è già in questi primi istanti che Bertolucci fa qualcosa di straordinario: associa la morale del dipinto (che ritrae un gruppo di braccianti in marcia per protestare) alla storia del film, che si configura allora come un’ode ai contadini emiliani di inizio XIX secolo. La lotta di classe è la colonna portante della pellicola; uno scontro eterno tra lavoratori e padroni che coinvolge quasi tre generazioni di italiani.

Il regista emiliano sfodera tutto il proprio arsenale estetico per filtrare e distillare la storia, servendosi del flashback al fine di costruire un gioco di scatole cinesi che si dischiudono una alla volta. Non basta rievocare il mondo perduto della civiltà contadina, non bastano i fazzoletti e le bandiere rosse che accompagnano gli eventi storici più importanti di inizio secolo: Bertolucci vuole fare qualcosa di più, vuole mostrare la propria visione del mondo tramite la macchina da presa, vuole spiegare allo spettatore cosa rappresenta per lui l’Emilia e quanta storia ci sia in ogni microsocietà contadina.

La storia è quella di due ragazzi che rappresentano le due differenti classi sociali in lotta. Due ragazzi nati nello stesso giorno e nella stessa terra che vivono in un continuo perdersi e ritrovarsi, come si perdono e si ritrovano due persone che desiderano stare insieme ma non possono farlo per motivi che trascendono le loro volontà. Dunque un film politico. Bertolucci non sta né da una parte né dall’altra e si fa cronista della situazione politica italiana dell’epoca, descrivendo con fedeltà storica gli avvenimenti che hanno stravolto il Paese. L’utopia folle di far convivere ideologie così diverse, di accostare l’est e l’ovest del mondo è forse il tratto più affascinante e contemporaneo del film.

La pellicola verrà accolta freddamente negli Stati Uniti, incrinando quella prospettiva internazionale che Bertolucci aveva già dimostrato di poter raggiungere con i suoi film precedenti. La distribuzione lo ridusse infatti drasticamente (di circa 75 minuti) e lo rimosse dalle sale dopo alcuni giorni di programmazione. Sarà poi riproposto integralmente solo nel 1991. In Italia il film incontra i soliti problemi di censura dell’epoca, soprattutto per quanto riguarda la scena in cui la prostituta Neve (Stefania Casini) è a letto tra Alfredo (Robert De Niro) e Olmo (Gérard Depardieu) e prende in mano i loro membri ricreando quel triangolo sessuale tanto caro ai registi europei della Nouvelle Vague.

La sceneggiatura, scritta con il fratello e con Franco Arcalli, è stata tradotta sul set durante i dodici lunghi mesi di riprese. La lunga lavorazione di Novecento è testimoniata da due cortometraggi in 16mm Bertolucci secondo il cinema di Gianni Amelio e Abcinema di Giuseppe Bertolucci, entrambi realizzati nel 1975. Nel primo Bertolucci racconta che la fine delle riprese di Novecento lo ha scosso fortemente, come se in quel momento fosse venuto a mancare qualcuno a lui caro, provocandogli una crisi sia fisica che psicologica.

Se la generazione Pasolini e De Santis raccontava la trasformazione sociologica e culturale dell’Italia, da Paese contadino a Paese consumistico, l’intento di Bertolucci (suo allievo) fu quello di mostrare che quell’innocenza contadina ritenuta in declino dai suoi maestri resisteva ancora in alcuni luoghi “dimenticati da Dio” e che i contadini emiliani erano riusciti a preservare le loro tradizioni agricole grazie a una forte coesione sociale e politica; tratti tanto cari anche a Pasolini.

A più di quarant’anni dalla sua uscita Novecento rimane il più grande film di Bertolucci. Un film in cui il regista emiliano ha riversato le sue passioni e la lotta sociale che animava l’Italia, il sesso e la spiritualità di chi non ha mai smesso di lottare per le proprie idee.

Mattia Migliarino 

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