“...E ti conviene sperare che non accada niente a me. Perché se muoio io… Muori anche tu!”
– Annie Wilkes

Tratto da uno dei più famosi romanzi di Stephen King, Misery (1987), che si aggiudicò il premio Bram Stoker, questo film racconta l’estenuante esperienza vissuta da Paul Sheldon, scrittore di grande successo commerciale: in seguito a un incidente sulle montagne del Colorado, viene recuperato e tenuto prigioniero da Annie Wilkes, un’ex-infermiera psicopatica e paranoica, che dice di essere la sua “ammiratrice numero uno”.  Obbligato a letto per le ferite riportate durante l’incidente, Paul subisce delle terribili sevizie corporali, che segnano il loro apice nella scena in cui… No, forse è meglio lasciare allo spettatore la suspense incredibile creata da questo fantastico thriller psicologico.
La trama è dunque molto semplice; il pregio della pellicola risiede infatti nella dinamica psicologica che si instaura tra i due personaggi: lui che, una volta capace di coricarsi autonomamente sulla sedia a rotelle, cerca di uscire dalla stanza e racconta palesi bugie sulle sue attività giornaliere, e lei, che alterna momenti di calma e sana operosità sanitaria a momenti di profonda inquietudine e delirio semicosciente. Il regista Rob Reiner costruisce così un gioco simile a guardie e ladri. Solo un elemento regalerà a Paul la flebile speranza di potersi salvare: Misery, l’eroina più famosa della sua fantasia di scrittore, tanto amata da Annie quanto odiata dallo stesso Paul. Nonostante fosse data per morta nell’ultimo romanzo a lei dedicato, Paul viene costretto dalla sua carceriera a “resuscitarla” con un nuovo romanzo, Il Ritorno di Misery, perché, a detta di Annie, “Misery non può morire”.

Le recitazioni magistrali di James Caan (Paul) e Kathy Bates (Annie) – che per questa pellicola vinse l’Oscar come Miglior Attrice Protagonista e fu inserita dall’American Film Institute al 17esimo posto nella classifica dei 50 migliori “cattivi” del cinema statunitense – realizzano un’atmosfera di grande impatto, angoscia e irrequietezza, grazie anche alla musica di Marc Shaiman e all’ambiente fortemente claustrofobico.

Le differenze con il libro sono molteplici, a partire dal fatto che il film ha una trama molto meno articolata – e, si potrebbe dire, per ovvie ragioni: un video di 105 minuti non può permettersi la ricca sfilza di flashback di cui King ha nutrito il romanzo.
Ma è veramente il caso di dire, come al solito, che “il libro è migliore del film”? Insomma, questa pellicola, come molti altri cult – rimanendo sullo stesso filone, potremmo citare Shining (1980) di Stanley Kubrick e Carrie – Lo sguardo di Satana (1976) di Brian De Palma – mostra lo statuto autonomo del cinema rispetto alla letteratura. Nonostante le due forme d’arte abbiano chiaramente degli elementi comuni, il cinema manifesta infatti una caratteristica inedita nella storia delle arti: è fatta di immagini in movimento. Le pellicole sopra citate, immortali pezzi della storia del cinema thriller e horror, con la potenza delle loro inquadrature dimostrano in pieno la grande peculiarità dell’arte cinematografica, che deve pretendere, perciò, di essere giudicata con le categorie che più le appartengono, ben diverse da quelle letterarie.

Annie Wilkes è stata sicuramente un importante modello per i successivi cineasti del thriller e, in particolare, di una lunga serie di “carcerieri”. Ricordiamo a tal proposito Saw – L’enigmista (2004), 24 Ore (2002) e Quella Casa nel Bosco (2012), tutti film in cui si incontra la dinamica del perseguitato che, nonostante sia ridotto a essere un topo in trappola, cerca una via di fuga.

Perché Misery non deve morire è oggi diventato un cult? Forse grazie anche al successo commerciale di Stephen King, e in ultima analisi lo dimostrano le sue citazioni presenti nelle serie animate I Griffin e I Simpsons, che da sempre forniscono un’interessante e arguta summa di cultura generale, statunitense e non.

Ecco spiegato perché, a 25 anni dalla sua uscita, abbiamo deciso di parlare di questa pellicola intramontabile.

Luca Paterlini

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