Giunto alla sua XVII edizione, il Milano International Film Festival (MIFF) è un’occasione unica per entrare in contatto con un cinema diverso da quello che abitualmente anima le nostre sale. Ospitato negli spazi del cinema Anteo, il Festival mostra infatti i migliori prodotti del cinema indipendente provenienti da tutto il mondo, proiettando per il pubblico i titoli vincitori dei prestigiosi Cavalli di Leonardo. Spettatori attenti e curiosi hanno così la possibilità di assistere a una carrellata di pellicole anche molto distanti tra loro per sensibilità, temi e linguaggio – dal cortometraggio al documentario – uniti da ciò che il direttore della manifestazione Andrea Galante definisce i “veri effetti speciali”: storie capaci di toccare i sentimenti, di far divertire e riflettere al tempo stesso. 

Si spazia da Tutto quello che vuoi (Francesco Bruni, Italia, 2017), premiato come Miglior Film Italiano, al russo Waiting for Charlotte de Corday (Alexander Atanesyan, 2017) storia di un fotografo in crisi diviso tra due donne, impreziosita dal bianco e nero che imita l’estetica della fotografia di moda e dalla scenografia (premiata come la migliore del festival).

La punta di diamante della rassegna, con tre premi vinti e una possibile candidatura ai prossimi Oscar in rappresentanza del Venezuela, è Tamara (Elia K. Schneider, Venezuela/Francia, 2016), che tratta di un professore di diritto e del suo percorso per diventare donna. Forte dell’intensissima storia vera da cui è tratto (con un cammeo della vera protagonista),il film vive dell’interpretazione di Luis Fernandez, premiato con il Cavallo di Leonardo, la cui maggiore difficoltà (a suo dire) è stata quella di indossare un tacco 12. Il racconto nasce dal continuo dialogo tra i diversi reparti tecnici, guidati dalla regia riconosciuta come la migliore dalla giuria del MIFF.

Come ha avuto modo di raccontare il direttore della fotografia Petr Chikart, le lunghe inquadrature venivano pensate in base ai movimenti degli attori e non imposte loro dal pensiero del regista; un modo di lavorare più simile al teatro che al cinema, e che dà agli interpreti spazio per esprimersi. Il terzo premio, infine, è stato vinto dalla colonna sonora firmata da Osvaldo Montes, traduzione in musica dei pensieri della regista. Il cast, presente alla premiazione, ha dedicato i premi alla libertà della loro terra, il Venezuela, attualmente teatro dei durissimi scontri tra gli oppositori del regime di Maduro e le forze di polizia.

The Good Catholic (USA, 2017), scritto e diretto da Paul Shoulberg, si è dimostrato meritevole del premio per la Miglior Sceneggiatura. La pellicola riesce ad affrontare in modo esaustivo e non troppo serioso il tema delicato dell’amore nel sacerdozio, ambientandola vicenda in un’atmosfera leggera da romantic comedy. The Good Catholic parla di relazioni umane e di compassione senza chiamare in causa i social network, rendendo così la pellicola una mosca bianca in un’epoca che sembra essersi dimenticata che Facebook non è l’unica forma di comunicazione.

La Sezione Cortometraggi ha regalato visioni originali e innovative condensate in una durata inferiore ai trenta minuti. La ventiquattrenne Arianna del Grosso si è aggiudicata il premio per il Miglior corto italiano con Candie Boy (2016), film nato dall’esigenza di affrontare in maniera originale il tema dell’omosessualità. La grande idea della sceneggiatura è quella di ribaltare i luoghi comuni, mettendo in scena due genitori aperti progressisti che entrano in crisi quando il figlio chiede loro in regalo una bambola. Divertente e profondo al tempo stesso, Candie Boy sfoggia una scrittura intelligente e una regia matura che dirige in modo impeccabile gli attori e non ha paura di concedergli lunghe inquadrature per amplificare l’intensità delle interpretazioni.

All’insegna del Girl Power è anche il libanese In White (Dania Bdeir, 2016), vincitore della categoria Cortometraggi Internazionali 0-15 minuti. La pellicola racconta del ritorno a casa di una ragazza libanese in seguito alla morte del padre. Mentre si susseguono i riti per il lutto, emergono lentamente tutti i conflitti interni alla famiglia. La giovane regista Dana Abdeir firma anche la sceneggiatura, capace di raccontare le complesse sfaccettature umane e dei rapporti interpersonali usando pochissime parole, mentre tratteggia sottotesto una riflessione politica sul mondo arabo. Montaggio, sonoro e fotografia contribuiscono a calare lo spettatore nello stato d’animo della protagonista ed enfatizzano le sue emozioni grazie all’uso della luce, che sfonda dalle finestre creando immagini offuscate della consistenza dei ricordi.

Il MIFF è un’esperienza unica che permette di entrare in contatto con oggetti rari, con film e autori lontani dal grande pubblico e tuttavia capaci di portare voci nuove all’orecchio di chi è disposto ad ascoltarle.

Francesco Cirica e Filippo Fante

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